STRINGIAMCI A COORTE…L’EUROPA CHIAMÒ!

In un mondo che sembra scivolare nuovamente verso una logica imperiale l’Europa può e deve necessariamente rappresentare un’alternativa democratica, liberale e pluralista ai modelli autoritari di Cina, Russia e sorprendentemente Stati Uniti.

Prendendo a prestito una frase dell’inno nazionale italiano, l’invito è a stringersi insieme (le coorti erano unità militari dell’esercito romano) ma in questo caso non solo tra italiani ma tra popoli europei. Questa è l’esortazione espressa nell’ultimo libro di Vittorio Emanuele Parsi ,“Contro gli imperi”, rivolta alle nazioni europee affinché abbiano il coraggio di trasformarsi da agnelli in leoni, pena la perdita della propria libertà.

Lo studioso riprende una teoria di relazioni internazionali sviluppata nel 1994 da Randall L. Schweller che cerca di spiegare come alcuni ordini internazionali possano essere più stabili di altri, notando come siano importanti anche i comportamenti delle potenze medie e minori e non solo quelli delle potenze egemoni.

Usando una metafora molto suggestiva ripresa dal mondo animale, egli individua 4 tipologie di attori nello scacchiere internazionale: il leone, il lupo, gli agnelli e gli sciacalli. Il leone è la potenza egemone, domina con la sua forza e autorità all’interno della “foresta”. Fuori di metafora gli Stati Uniti, che dalla fine della seconda guerra mondiale ed in maniera ancora più marcata dopo la caduta del muro di Berlino, dominano militarmente ed economicamente lo scenario internazionale. Il lupo è anch’esso simbolo di forza ma anche di predazione, pronto ad approfittare dell’occasione per assumere il potere, adottando nuove regole e se possibile trasformandosi nel nuovo leone. Sulla scena internazionale la Russia è chiaramente un lupo mentre la Cina sembra trasformarsi sempre più da agnello mansueto a lupo. Agnelli e sciacalli invece non hanno la forza di imporsi da soli come eventuali nuovi leader ma sostengono il leader attuale o il suo sfidante: tra gli agnelli troviamo i paesi europei e coloro che sostengono la leadership americana, tra gli sciacalli vediamo Bielorussia, Corea del Nord, Iran. In questo equilibrio, quindi, quanto più sono numerosi e forti gli agnelli rispetto agli sciacalli, tanto più è possibile che lo status quo sia mantenuto.

Schweller, inoltre, cerca di spiegare quali variabili possano impedire agli agnelli di reagire in maniera pronta ed efficace di fronte alla minaccia di lupi e sciacalli e magari soccombere anche se inizialmente sono essi più numerosi e forti.  Tre sono le variabili: 1) il consenso tra le élite riguardo alla provenienza, la natura e la minaccia esterna; 2) il grado di coesione tra le classi dirigenti e di queste con la società civile; 3) la forza delle istituzioni. In un mondo in cui alcuni agnelli sembrano trasformarsi anche in sciacalli (Israele che, nonostante un regime democratico, ha infranto qualsiasi norma di diritto internazionale) la capacità delle classi dirigenti europee di riconoscere prontamente le nuove minacce allo status quo e reagire tempestivamente risulta cruciale per garantire la stabilità politica, sociale ed economica di cui l’Europa ha beneficiato negli ultimi 80 anni.

La prima avvisaglia di un risveglio dei lupi si è avuta con l’invasione della Crimea da parte della Russia nel 2014. In quel caso gli Europei, nella falsa illusione che i legami economici potessero garantire i rapporti di buon vicinato con la Russia, sebbene condannando e mai riconoscendo l’annessione, non hanno mai effettivamente opposto una ferma resistenza a questa invasione. E mentre la Germania continuava a fare affari con i russi, comprando il gas a buon mercato per sostenere la sua economia e indirettamente tutta quella europea, convinta che, come sosteneva l’economista Bastiat, “dove passano le merci non passano gli eserciti”, Mosca progettava, in realtà, di usare questa dipendenza economica come arma di ricatto quando ne avesse avuto bisogno, ossia gettando la maschera con l’invasione dell’Ucraina nel 2022, mentre per anni aveva sostenuto, apertamente e non, leader antieuropeisti quali Orban in Ungheria e Le Pen in Francia per minare ulteriormente alle basi il progetto di unità europea, ossia agnelli così uniti da far paura anche ai lupi più affamati.

Nello stesso arco temporale è continuata a crescere la forza economica e militare della Cina che, anche grazie i suoi legami in Africa alla ricerca di risorse naturali e la sua costante espansione commerciale internazionale, in grado di generare dipendenze economiche sempre più forti con i vari paesi del mondo, è oggi in grado di rivaleggiare quasi alla pari con il leone statunitense e sempre più propenso a ricordare le sue rivendicazioni territoriali su Taiwan.

Il nuovo imperialismo di Trump

Tuttavia, il vero elemento di novità inaspettato e sorprendente è il cambio di atteggiamento degli Stati Uniti sotto la seconda presidenza Trump, caratterizzata da un approccio neo imperiale e di forte pressione economica e politica sui suoi alleati storici, in primis gli Europei, definiti dispregiativamente “scrocconi”.

Ancora una volta la storia, anche quella più antica, può fornirci esempi che sembrano tratti dalla cronaca di questi giorni. In un celebre passo riportato da Tucidide riguardo al dialogo tra ambasciatori Ateniesi e gli abitanti dell’isola di Melo durante la guerra del Peloponneso del V secolo A.C. tra Atene e Sparta, venne fatta richiesta da parte di Atene di unirsi alla Lega delio-attica contro Sparta. Tuttavia, ai cittadini di Melo che si rifiutarono di partecipare volendo mantenere un atteggiamento neutrale e pacifico, nonostante le minacce di morte se non si fossero uniti agli Ateniesi, fu risposto: “Noi crediamo, infatti, che per legge di natura chi è più forte comandi”. Il successivo massacro dei Meli, tuttavia, fu visto come un tale atto di arroganza che convinse molte altre popolazioni a schierarsi in favore di Sparta la quale, dopo circa 30 anni di guerra riuscì a sconfiggere la ricca e potente Atene. In questo episodio, mutatis mutandis, sembra quasi di sentire Donald Trump accusare la Meloni, cosi come altri paesi europei, di non avere aiutato gli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran, con la reiterata minaccia di ritirare i soldati americani dall’Europa e prospettando possibili ritorsioni di ogni tipo.

Per circa 80 anni gli Stati Uniti hanno assicurato un ordine internazionale liberale che rifletteva la natura liberale del sistema interno americano e la forte autonomia riservata alla sua azione economica che attraverso il dollaro, il controllo delle rotte commerciali, la creazione di un sistema economico e di istituzioni con al centro gli Stati Uniti hanno garantito prosperità agli americani e i propri alleati. Le radici di questo sistema erano presenti già nel manifesto dei “Quattordici punti” del presidente americano Wilson, annunciati nel 1917 con l’obiettivo di proiettare a livello di rapporti tra stati quei meccanismi di bilanciamento ed equilibrio dei sistemi democratici in grado in assicurare alle democrazie e non solo del mondo che “la legge della forza venisse rimpiazzata dalla forza della legge”. Per l’effettiva realizzazione di questi principi fu però necessaria una seconda guerra mondiale la cui fine vide nascere quelle istituzioni internazionali quali le Nazione Unite, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale atte a supportare un occidente non più in guerra internamente ed esternamente e fondato sulla preferenza per la democrazia rappresentativa, l’economia di mercato competitiva e la società aperta.

Questo modello sembra ormai messo sempre più seriamente in discussione dalle azioni del governo Trump che minando la fiducia costruita nel tempo con i suoi partner potrebbe essere giudicato come il primo presidente antiamericano della storia, al di là di ogni valutazione anche di carattere psicologico. Infatti, l’ordine mondiale precedente era basato sull’accettazione di un’autolimitazione del potere statunitense e di prevedibilità nei comportamenti in cambio del vantaggio di non vedere messa in discussione la propria leadership (da parte degli agnelli…) ed esercitare un soft power capace di garantire prosperità e dominio culturale su larga parte dell’Occidente e del mondo. L’imposizione di dazi come ricatto politico, la deportazione di Maduro, le rivendicazioni sulla Groenlandia, la ridenominazione anche lessicale di luoghi e istituzioni (il Golfo del Messico che diventa Golfo d’America o il Ministero della Difesa che diventa il Ministero della Guerra), le continue critiche alla Nato con il rischio di minare la deterrenza dell’art. 5 (il mutuo soccorso), l’approccio ricattatorio verso l’Ucraina e Cuba e da ultimo la guerra contro l’Iran, rappresentano una completa rottura rispetto all’approccio tenuto per quasi un secolo.

Prove del cambiamento in atto

A riprova di questo cambio di scenario Parsi cita 4 documenti che sono a suo parere fortemente significativi, vale a dire lo statuto del Board of Peace per regolamentare la fine del conflitto a Gaza, la bozza non ufficiale statunitense della National Security Strategy del 2025 ma soprattutto il discorso tenuto dal premier canadese al Forum di Davos nel gennaio 2026 e quello del cancelliere tedesco alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel febbraio 2026. Analizziamo i punti salienti di ognuno.

  • Board of Peace

Nello statuto per la formazione del Board of Peace Gaza non vi è nessun riferimento esplicito alla Striscia mentre esso pretende di regolare altre possibili crisi e include critiche alle Nazioni Unite, quasi volendo sostituirsi ad esse. Preoccupa la sua organizzazione verticistica in cui il presidente (Trump è ovviamente il presidente inaugurale) ha ampi poteri, nomina il consiglio esecutivo, ha poteri di veto sulle decisioni e perfino di designazione del successore. In sintesi, un’assoluta somiglianza al ruolo da presidente di un consiglio di amministrazione di un imprenditore che detiene la maggioranza delle azioni nella società, ascolta pure gli altri ma alla fine decide lui.

  • Bozza non ufficiale della National Security Strategy del 2025

Oltre alla competizione con la Cina e la riduzione dell’impegno della difesa europea, elementi rimasti poi anche nel testo ufficiale, si parlava anche di come rendere di nuovo grande l’Europa la cui civiltà, a parere dell’amministrazione americana, sarebbe minacciata dalle politiche migratorie e dalla presunta limitazione della libertà di stampa. In questo senso si auspicava di concentrare le relazioni con quei paesi politicamente e ideologicamente più vicini quali Austria, Ungheria, Italia e Polonia, aumentando con loro la collaborazione e favorendone un distacco progressivo dal resto dell’Europa. Si proponeva inoltre la possibilità di offrire supporto a partiti, movimenti e figure culturali in grado di promuovere “la restaurazione dei modi di vita tradizionali europei” ovviamente in ottica filoamericana.

  • Intervento premier canadese al Forum di Davos del 2026

Mark Carney, premier canadese, ha sottolineato come il Canada, e tanti altri paesi, abbiano prosperato grazie a ciò che veniva chiamato ordine internazionale basato su regole, lodando e apprezzandone i valori liberali e di correttezza. Allo stesso tempo ha ammesso come si fosse consapevoli che quella narrazione fosse solo in parte vera, ossia che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico e il diritto internazionale in modo arbitrario in base alle convenienze e che i paesi più forti si sarebbero sottratti a quella narrazione ogni volta che fosse stato per loro più conveniente. Nella realtà era l’egemonia americana a garantire i beni pubblici globali di cui tutti beneficiavano: rotte marittime aperte e sicure, un sistema finanziario stabile, meccanismi istituzionalizzati per la risoluzione delle controversie. Questo accordo non sembra più funzionare. Testualmente dichiara “siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione”. Parole forti a cui si aggiungono durante il discorso citazioni come: “sappiamo che il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo rimpiangerlo. La nostalgia non è una strategia” o “non ci affidiamo più soltanto alla forza dei nostri valori ma anche al valore della nostra forza”.

Che cosa propone il premier canadese? Ovviamente sconcertati dalle dichiarazioni di Trump a inizio mandato che proponeva di far diventare il Canada parte degli Usa e da tutte le azioni successive intraprese nel mondo dalla presidenza americana, i canadesi propongono un’alleanza globale tra medie potenze in grado di fare massa critica contro le grandi potenze che sempre più sembrano volere usare la coercizione economica e militare per imporre la propria volontà. Infatti, molti paesi si rendono conto della necessità, al fine di sottrarsi dal ricatto delle politiche neo imperiali mondiali, di sviluppare maggiore autonomia strategica in settori chiave quali energia, alimentazione, minerali critici, finanza e catene di approvvigionamento. La proposta è quindi che le medie potenze, unite sugli stessi bisogni, possano farlo in maniera più efficace ed efficiente in maniera coordinata, evitando duplicazioni e sforzi singoli con scarsa probabilità di successo.

  • Il discorso del cancelliere tedesco alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco

Anche il cancelliere tedesco Merz ribadisce la linea del premier canadese sulla necessità di prendere coscienza che il vecchio ordine mondiale sta cambiando, bisogna essere consapevoli che “l’Europa ha concluso una lunga vacanza dalla storia del mondo”. Ricordando il revisionismo violento della Russia che ha scatenato il conflitto ucraino, la pretesa prospettica di leadership mondiale della Cina che in prospettiva potrebbe raggiungere lo stesso potere militare statunitense, Merz sottolinea l’importanza di cambiare mentalità affermando che “nell’era delle grandi potenze la nostra libertà non è più garantita automaticamente” nonché la necessità di garantire questa libertà attraverso il partenariato con i propri vicini e gli stati europei: “mai più i tedeschi andranno da soli. Queste è la lezione duratura della nostra storia”. 

Il programma che egli propone per garantire tale libertà si articola su 4 punti:

1) Puntare al rafforzamento militare, politico, economico e tecnologico. In questo ambito la massima priorità è rafforzare l’Europa all’interno della NATO.

2)  Rafforzare l’Europa. Questo significa rendere meno burocratica la macchina europea, dare maggiore forza operativa all’articolo 42 del Trattato Europeo (mutuo soccorso tra stati europei in caso di attacco di uno dei membri) grazie alla deterrenza nucleare della Francia e potenzialmente di Regno Unito, rafforzare e sviluppare l’industria europea della difesa, ampliare ulteriormente i rapporti commerciali con il resto del mondo come nel caso dell’accordo EU- MERCOSUR tra Europa e quattro stati sudamericani, dell’accordo di libero scambio con l’India e di altri che verranno.

3) Fondare un nuovo partenariato translatlantico. Il fossato scavato tra l’ideologia Maga e in valori europei non deve impedire alla NATO di essere meno forte del passato ed è necessario un pilastro europeo forte e autonomo nel momento in cui gli Stati Uniti tendono ad allontanarsi. Come ricorda Merz “nell’era delle grandi potenze anche gli USA avranno bisogno di questo rapporto fiduciario. Anche loro si scontrano con i limiti del proprio potere quando agiscono da soli”.

4) Tessere una solida rete di partenariati globali. Nonostante la centralità del progetto europeo e dell’alleanza atlantica, questi “non basteranno più a preservare la nostra libertà”. Il rapporto con Canada, Giappone, Turchia, India, Brasile, Sudafrica e Stati del Golfo svolgerà un ruolo chiave.

La prospettiva europea

Dall’analisi di questi 4 documenti emerge chiaramente: 1) la novità dell’atteggiamento americano in ottica imperialista e ricattatrice nei confronti del resto del mondo e dei suoi stessi alleati storici; 2) la volontà di indebolire la coesione tra popoli europei in modo da avere maggiore poter contrattuale con il singolo stato. In sostanza un’Europa forte e coesa infastidisce sia la Russia che vede in essa un forte polo attrattivo delle ex repubbliche sovietiche su cui fa sempre più fatica ad esercitare una sua leadership e a mantenerle nella propria sfera d’influenza sia gli Stati Uniti che perdono potere contrattuale sul piano economico, energetico e politico; 3) il riconoscimento da parte dei leader europei e non solo che il vecchio ordine internazionale è mutato e la necessità di unire le proprie forze per continuare a garantire quella libertà, sicurezza e valori democratici e liberali che il vecchio ordine ha fin qui sostenuto nonostante tutte le sue imperfezioni e ipocrisie.

Per quanto riguarda più direttamente l’Italia, uno dei paesi fondatori della UE e storicamente linfa vitale del progetto europeo grazie alla sua tradizione culturale che spazia dall’impero romano al rinascimento e ai valori del cristianesimo, è necessario accogliere l’invito del nostro vicino storico tedesco ad operare insieme per completare il progetto europeo, un pilastro fondamentale per continuare a garantire la sicurezza e la prosperità di cui i cittadini italiani ed europei hanno goduto per decenni. Lo stesso Draghi, nel discorso di accettazione del dottorato honoris causa a Lovanio, ha sottolineato la necessità di passare da una logica di confederazione ad una di federazione: non più un gruppo di stati che si coordina, ciascuno con il suo veto, il proprio calcolo, vulnerabile ad essere isolato ma un soggetto unitario sui temi di difesa, politica industriale e affari esteri. “ Se non ora quando?” questa è la domanda che lo stesso Parsi invita a porsi.

La speranza che questo possa realizzarsi si rintraccia anche in uno storico esperimento di psicologia degli anni ’50, l’esperimento di Robbers Cave. Nel 1954 alcuni ragazzi tra circa gli 11 -12 anni parteciparono, a loro insaputa (ma con il consenso genitoriale) ad un esperimento sociale in cui presero parte a un campo estivo presso il Robbers Cave State Park in Oklahoma. I ragazzi arrivarono al campo in due gruppi separati, ciascuno ignaro della presenza altrui e ciascuno sviluppando poi proprie norme e gerarchie di gruppo. In una prima fase gli sperimentatori misero in conflitto i due gruppi attraverso tornei competitivi sportivi quali tiro alla fune e baseball. La forte rivalità e i conflitti sorti tra i due gruppi in seguito a queste competizioni non fu sanata neppure dallo svolgere insieme delle attività divertenti quali mangiare o guardare un film insieme. Ciò che invece ridusse fortemente i conflitti trasformandoli in collaborazione fu l’adozione di obiettivi straordinari, obiettivi fondamentali per ciascun gruppo ma su cui era necessario lavorare insieme per il raggiungimento. Ad esempio, fu volutamente interrotto l’approvvigionamento idrico e i due gruppi furono costretti a lavorare insieme per poterlo ripristinare. Alla fine dell’esperimento le relazioni risultarono assai migliorate e vennero strette anche alcune amicizie tra i membri dei due gruppi rivali.  

Cosa può insegnarci questo esperimento? Ciascun paese europeo è depositario di forti elementi identitari e di interessi egoistici che, storicamente, hanno portato a conflitti nel corso dei secoli, sfociando poi in 2 guerre mondiali. Tuttavia, di fronte ad una minaccia condivisa sui valori fondanti e comuni a ciascuna società quali libertà e sicurezza, è assai probabile, oltre che necessario, che si possano mettere da parte i propri egoismi e miopie nazionalistiche al fine di perseguire un obiettivo comune e vitale per ciascuno e per il gruppo allo stesso tempo.

Conclusioni

La spinta verso una maggiore unità e collaborazione europea sembra improcrastinabile rispetto alle sfide che il mondo di oggi presenta e ai cambiamenti dell’ordine mondiale degli ultimi anni. Le classi dirigenti europee sono chiamate a raccogliere questa sfida e le stesse popolazioni devono prendere coscienza della situazione e fare scelte coerenti in quella direzione. I lupi e gli sciacalli del mondo tifano e operano affinché questo non avvenga. Alcune sfide sono state vinte. La caduta di Orban in Ungheria con il ritorno ad un vero regime democratico rende meno problematico il rafforzamento dell’unità europea, auspicando la prospettiva dell’abolizione del voto all’unanimità (immaginate in un condominio un singolo condomino che blocca tutti gli altri su qualsiasi decisione, sarebbe il caos e conflitto perenne senza poter apportare cambiamenti, soprattutto quando rilevanti). Tuttavia le elezioni politiche prossime in Francia, Italia, l’ascesa dell’AfD in Germania e di tendenze antieuropeiste e fortemente nazionaliste in alcuni paesi rappresentano ancora gravi rischi per il progetto europeo, piccoli focolai su cui i grandi interessi politici ed economici globali vogliono soffiare per scatenare vasti incendi.

Da una prospettiva economica questi scenari internazionali confermano che alcuni trend, già evidenti, continueranno a rimanere prevalenti negli anni a venire. L’industria della difesa, in senso ampio, spingerà i settori degli armamenti (lo vediamo nelle performance borsistiche di società italiane quali Leonardo o Fincantieri), quelli della cybersecurity, della tecnologia e dell’AI applicata alla difesa (lo sviluppo sempre maggiore di droni come sta insegnando il conflitto in Ucraina). La necessità di collaborazione tra paesi europei rappresenta un volano per gli investimenti di integrazione delle reti energetiche, lo sviluppo di fonti rinnovabili slegate dalle dipendenze dei paesi esportatori di gas e petrolio. La stessa integrazione bancaria (abbiamo visto la recente operazione di Unicredit su Commerzbank) tra player di diversi paesi potrebbe essere oggi meno osteggiata rispetto al passato al fine di facilitare un mercato unico dei capitali che dia maggiore forza e indipendenza al sistema finanziario europeo. La stessa adozione dell’euro digitale ufficialmente approvato e che vedrà la luce nel giro di qualche anno è un ulteriore segno della volontà di coesione tra i paesi europei.

Stringiamci a coorte…l’Europa chiamò!

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