Più che di Maga, lo slogan lanciato da Trump, Make America Great Again, ossia fai di nuovo l’America grande, si potrebbe parlare di Make America Gambling Again, fai giocare di nuovo l’America d’azzardo, con politiche ad alto rischio come quelle sui dazi, sull’Ucraina, sulla Nato che possono produrre poi effetti imprevedibili e possibilmente contrari agli obiettivi desiderati, come la reazione sui dazi da parte degli altri paesi del mondo, il crollo dei mercati azionari americani, le tensioni geopolitiche con i propri storici alleati. Inquietante che il nuovo presidente abbia voluto alla Casa Bianca un quadro di James Polk, l’undicesimo presidente degli USA, che più di tutti i suoi predecessori ha fisicamente allargato i confini geografici americani. Nella sua presidenza dal 1845 al 1849 ha aggiunto California, Texas, Oregon, Nevada, Arizona e altri ancora, raddoppiando il territorio nazionale e dando all’Unione un accesso al Pacifico. Le “dichiarazioni” di Trump su Groenlandia e Canale di Panama, incluso il Canada, fanno pensare che il great non sia davvero solo in senso economico e politico ma anche, in maniera sconcertante, in senso fisico. Del resto il magnate americano deve parte della sua fortuna ai casinò, il regno del gioco d’azzardo, in linea con il suo atteggiamento spregiudicato e sempre pronto ad alzare la posta e a rilanciare per mettere in difficoltà l’avversario. Il problema (o forse, e lo speriamo tutti, l’opportunità) è che gioca d’azzardo non più con le sue aziende ma con i destini politici ed economici del mondo. Ma andiamo con ordine…
Economia e geopolitica
“Ci sono decenni in cui non accade nulla e ci sono settimane in cui accadono decenni”. Una frase attribuita a Lenin (che poi pare mai effettivamente pronunciata e frutto solo di una rielaborazione successiva) che ben si adatta alle ultime settimane. Ovvio che queste rappresentino solo il punto di arrivo di tappe precedenti. Di questi ultimi anni vorrei ricordare 3 date simboliche e storiche che hanno cambiato il mondo: il 6 gennaio del 2021 con l’assalto a Capitolo Hill che ci ha mostrato palesemente i cambiamenti interni all’elettorato statunitense e le spinte in senso autoritaristico e protezionistico del paese; il 21 febbraio 2022 con il discorso di Putin che firma in diretta tv il riconoscimento delle repubbliche di Lugansk e Donetsk nel territorio russo che poi prelude all’invasione dell’Ucraina pochi giorni dopo; il 5 novembre 2024 con la vittoria di Trump alle elezioni americane.
Su un piano strettamente economico la volontà di mantenere fede alle promesse elettorali di imposizione dei dazi, non solo verso la Cina, ma verso Canada, Messico ed Europa, dazi prima minacciati, poi in parte ritirati e posticipati, poi di nuovo annunciati, ha creato incertezza sulle previsioni di crescita economica negli Usa e nel resto del mondo, portando a una discesa delle borse azionarie americane di oltre il 10% nel giro di qualche settimana. I dazi doganali rappresentano un extra prezzo che il consumatore dovrebbe pagare per avere lo stesso prodotto importato e da un punto di vista economico comportano un effetto simile a un aumento delle tasse in quanto riducono il suo potere di acquisto, costringendolo a una riduzione della domanda di beni acquistati e un calo quindi dei volumi di vendita da parte dei paesi esportatori. Essendo la bilancia commerciale Usa-Europa in avanzo per gli europei, il danno principale sarebbe soprattutto per i paesi esportatori europei come l’Italia. Lo scopo economico e politico di Trump sarebbe, attraverso i dazi, da un lato aumentare le entrate fiscali e cercare di contenere il debito pubblico americano che è esploso negli ultimi anni passando da circa il 60% del PIL nel 2010 a oltre il 120% attuale, dall’altro spingere i produttori stranieri a trasferire le proprie produzioni all’interno degli Stati Uniti per evitare i dazi e nello stesso tempo incentivare la produzione delle imprese locali la cui domanda di prodotti sostitutivi, più economici di quelli importati, sarebbe destinata a crescere. Allo stesso tempo permetterebbe di non fare ulteriormente alzare il debito qualora Trump volesse cercare di ridurre le aliquote fiscali così come promesso in campagna elettorale.
Un esempio storico dei rischi del protezionismo risale agli anni ’30 quando, con lo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930, gli Stati Uniti alzarono fortemente le tariffe al fine di proteggere le imprese americane durante la Grande Depressione. L’effetto finale fu opposto rispetto all’obiettivo: la risposta degli altri paesi con contro dazi (quello che adesso stanno facendo Europa, Cina, Canada) portò a un crollo del commercio mondiale, aggravando ulteriormente la crisi dell’economia.
L’incertezza e i rischi delle politiche commerciali annunciate dalla nuova amministrazione americana hanno già spinto molti analisti a ridurre le stime di crescita del PIL Usa e mondiale e alzare le stime d’inflazione. Morgan Stanley ha ridotto le stime di crescita per l’economia Usa dall’1,9% all’ 1,5% nel 2025 con inflazione al 2,5% anziché 2,3%, JP Morgan ha alzato il rischio recessione dal 30% al 40% e Goldman Sachs dal 15% al 20%. Una minore crescita e maggiore inflazione non solo renderebbero più complessa la politica economica della Federal Reserve ma insieme con un rallentamento nella discesa dei tassi per contrastare un’inflazione di nuovo in salita andrebbero a penalizzare in particolare le società a maggiore crescita, ovvero quelle dell’indice Nasdaq, non a caso sceso dell’ 11% nell’ultimo mese.
E’ indubbio che dietro questo atteggiamento ci sia una strategia di base, un progetto strategico a lungo termine che cerchi di ridurre i costi che l’impero americano ha dovuto sostenere per mantenere un ruolo egemone dalla fine della II Guerra Mondiale. Il crescente debito pubblico, la globalizzazione che ha portato la delocalizzazione di parte delle imprese americane in paesi con costi di produzione minori, la crescente minaccia economica, politica e militare della Cina (pensiamo alle rivendicazioni su Taiwan), necessitano di una revisione ed efficientamento dell’apparato statale, militare e un possibile riequilibrio del disavanzo commerciale. In sintesi un trasferimento di parte dei costi imperiali dai cittadini americani a quelli dei paesi nel resto del mondo. Non devono stupire (che non significa giustificare) quindi i programmi di tagli alle spese federali affidate a Elon Musk (che di recente ha bloccato le carte di credito al personale civile delle basi Nato in Italia giusto per dare un segnale), la richiesta di maggiori spese militari da parte dei paesi Nato, l’idea di un riequilibrio dei disavanzi commerciali tramite dazi, favorendo una svalutazione del dollaro che possa portare i prodotti americani ad essere più competitivi sui mercati esteri. Il dubbio è sull’efficacia degli strumenti che potrebbero, come abbiamo fin qui visto, portare a dei risultati diversi dagli obiettivi desiderati. In ogni caso il messaggio è chiaro per tutti: ai paesi amici, dovete fare di più da soli e più a vostre spese, per i paesi “meno” amici (leggi Cina o Iran), mi sto riorganizzando per contrastarvi meglio.
Ucraina, Nato ed effetto tassi
La richiesta di maggiore contribuzione alle spese militari da parte dei paesi Nato non è nuova ed è già stata avanzata anni fa. Un aumento delle spese militari è semmai propedeutico al rafforzamento della Nato dando anche un maggior peso contrattuale ai paesi minori e che finora, per loro fortuna, hanno potuto spendere il meno possibile in difesa, delegata largamente al ruolo egemone americano e comunque in assenza di chiare e imminenti minacce alla propria sicurezza. L’invasione e il perdurare del conflitto ucraino hanno invece mostrato che esiste un potenziale pericolo di fronte al quale non si è adeguatamente preparati. Anche la modalità con cui Trump sta cercando di portarlo a termine aumenta la necessità e l’urgenza che i popoli europei investano di più in sicurezza, in quanto un minore coinvolgimento statunitense in Europa sembra cosa certa, per lo meno per tutto il mandato dei prossimi 4 anni di Trump. Se quest’ultimo stia poi usando, cosa anche probabile conoscendo il suo stile, lo spauracchio delle sorti dell’ Ucraina come mezzo per ottenere quanto richiesto da anni, ossia un aumento della spesa militare e di sicurezza in Europa, non possiamo saperlo ma certo l’effetto finale è stato sicuramente quello di una rapida accelerazione in questo senso, con l’annuncio (il 5 marzo) e l’approvazione (il 12 marzo) del piano ReArm Europe, circa 800 miliardi a livello aggregato, con larga parte demandati ai bilanci nazionali. A questo proposito si tratta di precisare che le spese non sono destinate esclusivamente ad armamenti ma a un insieme di misure per innalzare il livello della difesa collettiva, includendo, infatti, una cooperazione tecnologica avanzata riguardo a cybersecurity, droni, robotica avanzate per la difesa, intelligenza artificiale, big data. I critici dell’iniziativa sostengono che più che spese dei singoli paesi si sarebbe dovuto adottare un approccio comune cercando un coordinamento maggiore. Va ricordato, comunque, che 150 degli 800 miliardi annunciati si riferiscono a un fondo iniziale legato all’acquisto congiunto di armamenti, sicuramente un provvedimento che incentiva la cooperazione e rende gli acquisti più efficienti. Se tale piano rappresenti, come credo sia, un primo passo per la costituzione di un maggior coordinamento delle forse armate europee e anche la creazione di un primo nucleo di esercito europeo comune, non può che essere visto positivamente e, in mancanza di una politica fiscale aggregata e in urgenza di dare un segnale forte ed immediato rispetto agli eventi in Ucraina, non si poteva che demandare le spese ai singoli stati membri allo stesso tempo venendo incontro alle richieste americane di maggiore quota del PIL destinato alla difesa.
A questo si aggiunge un piano da 500 miliardi annunciato dalla Germania il 5 marzo della durata di circa 10 anni, piano esentato dal freno al debito e destinato non solo a innalzare la spesa militare ma anche ad investire in infrastrutture, ad esempio ferrovie, scuole rete elettrica, autostrade digitali. La Germania ha ampio spazio fiscale avendo un basso rapporto debito/PIL (62%) ma l’annuncio di questa svolta storica nell’approccio sempre estremamente prudente nei confronti di maggiore indebitamento ha portato i rendimenti dei titoli di stato tedesco a un repentino innalzamento, con il decennale arrivato a toccare il 2,9%, spingendo al rialzo i tassi in generale della zona euro. Il combinato di ReArm Europe e piano tedesco ha comportato negli ultimi giorni un rapido calo delle quotazioni dei titoli di stato italiano spingendo il rendiment del BTP a 10 anni a circa il 3,9%.
Cosa dire su una possibile pace in Ucraina? Difficile fare previsioni ma è assai probabile che la larghissima parte o la totalità dei territori occupati dai Russi non verrà restituita. Geograficamente il ricongiungimento con la Crimea tramite il Donetsk e Mariupol ha reso il Mar d’Azov un grande bacino a completo controllo russo per poter ospitare e rafforzare una forte presenza navale civile e militare russa al fine di avere un maggiore accesso al mare Mediterraneo e alla protezione ed espansione dei propri interessi in Libia e Africa. Nell stesso tempo ha definitivamente ricollegato la Crimea alla “madre patria” russa, legame assai fragile fino al conflitto attuale in quanto esclusivamente legato al famoso ponte di Kerc, un ponte di 18 km, inaugurato da Putin nel 2018, che unisce il territorio di Kasnodar della Russia continentale alla penisola di Kerc in Crimea. E’ probabile che i territori non verranno mai riconosciuti ufficialmente russi dall’Ucraina e dai paesi europei (con possibili eccezioni, vedi Ungheria), anche se con l’accordo di non riprenderseli con la forza, in modo un giorno da poterli rivendicare se cambiasse qualcosa in Russia. In cambio di questo sacrificio territoriale e dei tanti caduti sarebbe comunque necessario fornire delle garanzie di sicurezza al popolo ucraino. L’Ucraina non sarebbe ammessa nella Nato, difficilmente le verrebbe esteso l’articolo 5 (proposta fatta dalla Meloni ma che sarebbe come di fatto farla entrare nella Nato senza però poterla integrare all’interno del suo sistema quindi rendendo obbligata una sua difesa ma nello stesso tempo fornendole una posizione debole) e in prospettiva potrebbe entrare nella UE che all’articolo 42 del trattato di Lisbona prevede un’assistenza dei paesi membri a uno stato “vittima di aggressione armata sul suo territorio”. E’ chiaro, da un lato, che un eventuale ingresso richiederebbe anni e quindi lascerebbe formalmente scoperta l’Ucraina per un periodo troppo lungo mentre tale articolo non definisce nessuna procedura formale e non prevede espressamente un’assistenza militare. Dall’altro lato, nei fatti, gli stati europei, tramite il sostegno militare e finanziario in questi anni agli ucraini lo hanno già applicato “de facto” all’Ucraina. È quindi, a mio giudizio, le garanzie di sicurezza che saranno fornite all’Ucraina saranno di natura bilaterale, con accordi da parte dei singoli stati oppure con un accordo complessivo da parte di una coalizione di stati europei e non, una specie di nuova Nato per l’Ucraina, al cui interno c’è da capire poi se e come ci sarà anche una presenza degli Stati Uniti.
Alcune statistiche
Quali gli effetti di questi cambiamenti geopolitici e commerciali di portata storica sui mercati finanziari? Nelle ultime 3 settimane circa, c’è stata una correzione di almeno il 10% sull’indice azionario americano dell’S&P500, cosa che, come ricordato nel mio articolo di novembre 2024, si verifica in media una volta all’anno. Considerando che l’ultima si era manifestata nell’ottobre 2023, non stupisce quindi che puntualmente sia arrivata. Ciò che però la rende più insolita e statisticamente peculiare è che si tratta della quinta più rapida correzione di almeno il 10% negli ultimi 75 anni. E cosa è successo generalmente dopo in situazioni simili? La più rapida è stata quella tra il 19 e il 27 febbraio del 2020, completata in soli 8 giorni. Dopo pochi giorni di rimbalzo l’indice però ha fatto un -26% dai minimi precedenti. In quel caso però parliamo dello scoppio della pandemia del covid. La seconda correzione più rapida si è verificata tra gennaio e febbraio del 2018 in soli 13 giorni, un minimo successivo (-9%) si è visto solo dopo oltre 200 giorni, a fine 2018. La terza tra settembre e ottobre del 1955 che non ha visto successivamente ulteriori discese. La quarta tra il 12 e il 29 giugno del 1950, durata 17 giorni e che dopo pochi giorni di rimbalzo ha fatto di nuovo un -4% dai minimi. Sempre di 20 giorni sono state le correzioni nell’ottobre 1997 e sempre nell’ottobre del 1979. Nel primo caso il mercato è successivamente solo salito, nel secondo ha fatto un nuovo minimo, scendendo ulteriormente del 6%, circa 100 giorni dopo. Che indicazione trarne? Non univoca ma su queste basi è possibile che dopo alcuni giorni o anche settimane di ripresa ci possano essere ulteriori discese entro un massimo del 10%.
Se guardiamo a un’altra statistica, su dati dal 1980 tuttavia, notiamo come solitamente correzioni di tali entità rappresentano un buon punto d’ingresso sul mercato azionario, in quanto, mediamente, nel giro di 6-12 mesi, vengono riassorbite completamente. Va notato però, come si vede dal grafico, che il discorso cambia di molto se si manifestano delle recessioni e che il dato rappresenta una media: non dimentichiamo che dal 1980 abbiamo avuto importanti discese nel 2000 (bolla internet), 2009 (crisi subprime) e 2020 (covid).

Incrociando queste considerazioni con un’analisi grafica mensile potremmo considerare un possibile punto di arrivo del movimento correttivo in atto in area 5200-5000, in corrispondenza di alcuni minimi relativi precedenti e in contatto con la trend line dinamica di lungo periodo che parte proprio dai minimi causati dal Covid nel 2020.

E’ tuttavia importante notare come se da un lato gli indici azionari americani sono stati particolarmente penalizzati, quelli europei si trovano quasi ai massimi storici. In particolare, da quando si è insediato Trump il 20 gennaio, l’indice della borsa cinese è salito di quasi il 18%, il Dax tedesco dell’8%, il FTSEMIB italiano del 6% e l’Eurostoxx europeo del 3%. In particolare in Italia il buon andamento del comparto finanziario, sostenuto dai tassi ancora alti, ha aiutato il rialzo. Inoltre, la ripartenza dell’economia tedesca non può che favorire l’economia italiana che è fortemente collegata a quella del suo vicino.
Conclusioni
Tassi di interesse: l’aumento della spesa pubblica tedesca, della spesa per armamenti in Europa, i timori per un rallentamento dell’economia europea e mondiale legata alle politiche commerciali protezionistiche con la conseguenza di un maggior rischio di sostenibilità dei debiti nazionali e i possibili effetti inflazionistici spingono le previsioni dei tassi di interesse di lungo termine più in alto. Questo penalizza nel breve le obbligazioni a lunga scadenza e rende ancora più utile e necessaria per l’investitore una gestione attiva tramite validi fondi d’investimento della parte obbligazionaria del proprio investimento. In generale, gli attuali prezzi obbligazionari, pur rappresentando già dei buoni punti d’ingresso, potrebbero subire ulteriori correzioni se si passasse a una vera guerra commerciale a livello internazionale.
Mercato azionario: come ricordato nel mio articolo del 10 novembre 2024 sconsigliavo di aumentare il peso azionario, essendoci valutazioni eccessive, soprattutto riguardo alle Magnificent 7 (ad oggi Tesla ha perso il 50% dai massimi, Nvidia il 30%, Amazon, Meta e Alphabet-Google il 21%. Microsoft il 17% e Apple il 13%). A quella data l’indice quotava circa 6000 punti, molto vicino ai circa 6150 del massimo storico raggiunto il 19 febbraio, il giorno prima del giuramento di Trump. Oggi siamo a 5640 e le prospettive sono semmai peggiorate. Nello stesso tempo consigliavo il mercato cinese, che come abbiamo visto è salito. Ad oggi quindi sembrano essere quindi più interessanti i mercati europei rispetto a quelli americani, venendo da valutazioni storicamente più a buon mercato. Il trend sulle imprese della difesa, in particolare europee, ma anche americane, rimarrà per lungo tempo anche se i titoli del settore hanno già corso molto proprio sia anticipando sia in conseguenza del piano di ReArm annunciato. Settori legati alle infrastrutture possono beneficiare sia grazie al piano infrastrutturale tedesco sia, lo auspichiamo tutti, ad un periodo di ricostruzione in seguito ad un pace in Ucraina. Se guardiamo ad alcuni titoli italiani, Leonardo o Buzzi sono sicuramente interessanti nel lungo periodo. Anche il settore bancario dovrebbe continuare a beneficiare dei tassi di interesse a livelli ancora sostenuti. Rimangono i rischi forti legati ad alcuni settori fortemente esportatori e in generale all’economia mondiale se le politiche protezionistiche dovessero sfociare in una vera guerra commerciale. Lo vedremo nelle prossime settimane e mesi, del resto adesso siamo in fase di gambling, i bluff sono possibili. In ogni caso è necessaria più Europa, in tutti in sensi.