L’IMPATTO DIROMPENTE DELL’ INTELLIGENZA ARTIFICIALE SULLE NOSTRE VITE

Quando nell’aprile del 2023, poco dopo l’uscita di ChatGpt, avevo scritto un articolo dal titolo “l’intelligenza artificiale provocherà una rivoluzione sociale, economica e politica” mi era stato subito chiaro che eravamo agli albori di qualcosa di significativo, di una rivoluzione in arrivo paragonabile come minimo alla rivoluzione industriale del XVIII secolo o alla nascita e sviluppo di internet in tempi più recenti.

A quasi 3 anni di distanza sono sempre più evidenti i segnali di cambiamento e le implicazioni che l’intelligenza artificiale (in inglese Artificial Intelligence o AI) stanno avendo nella nostra società, potenzialmente coinvolgendo qualsiasi mansione lavorativa, portando alla necessità di una riflessione su nuovi modelli economici e sociali e su tematiche etiche di non poco conto.

Vediamo quali sono stati alcuni eventi di questi ultimi mesi che dimostrano quanto questo sia vero.

Un nuovo paradigma nel mondo del lavoro

Nell’ottobre del 2025 Amazon che con 1,5 milioni di dipendenti è il più grande datore di lavoro degli Stati Uniti dopo la catena Walmart, ha annunciato un taglio di circa 14mila unità, per lo più legate al settore amministrativo. Nello stesso periodo, il New York Times riportava che Amazon si starebbe preparando a sostituire oltre 600 mila lavoratori con dei robot negli anni a venire, automatizzando fino al 75% delle operazioni nei suoi magazzini. Solo qualche giorno fa la società americana ha annunciato tagli per altri 16 mila dipendenti, sempre legati ad un miglioramento dell’efficienza e della produttività generate dall’ AI. Il caso si inserisce in un trend generale e altri settori e imprese quali UPS, General Motors, Walmart, Citigroup, JPMorgan e Meta stanno valutando tagli a impiegati e manager e comunque non prevedono assunzioni al momento. Una larga parte dei licenziamenti a ottobre negli USA ha riguardato le aziende tecnologiche, quelle anche maggiormente aperte, per la natura stessa della loro identità culturale, all’adozione di nuove tecnologie. Nel 2025 si è registrato un aumento del 58% dei licenziamenti negli Stati Uniti rispetto al 2024, mentre i piani di assunzione sono ai livelli minimi dal 2010 a dimostrazione che le risorse umane sostituite dalle nuove tecnologie possono essere ricollocate per altre mansioni all’interno delle aziende senza quindi la necessità di attingere dal mercato del lavoro.

Uno studio del Massachusetts Institute of Technlogy (MIT) del 2025 indicava come già l’attuale tecnologia dell’ AI sia in grado di rimpiazzare circa 20 milioni di lavoratori ma, ancora più rilevante, il fatto che molti indicatori economici classici non sono in grado di stabilire attualmente il potenziale impatto che, secondo la ricerca, sarebbe potenzialmente molto maggiore, data l’ampia gamma di compiti che l’AI potrebbe implementare grazie solo a minori integrazioni. Una ricerca dell’ Università di Trento del 2021, prima quindi dell’arrivo della rivoluzione dell’AI, stimava tra i 4 e i 7 milioni le posizioni ad alto rischio di rimpiazzo tecnologico. A loro dire “in Italia, le professioni con probabilità di automazione alta riguardano trasporti e logistica, supporto d’ufficio e amministrativo, produzione, servizi e settore della vendita. Invece le professioni con una probabilità di automazione bassa si riferiscono a management e finanza, ambito legale, scuola, assistenza sanitaria, arte”. Dato lo sviluppo crescente della robotica negli ultimi decenni, la logica sottostante di quell’analisi era che “le professioni con rischio basso di rimpiazzo tecnologico richiedono un livello di istruzione elevato e sono caratterizzate da una quota rilevante di compiti strettamente umani, tra cui creatività, adattamento, gestione delle relazioni interpersonali, formazione, influenza, collaborazione con altre persone”. Tuttavia, la grande novità dell’ AI generativa è che questa è sempre più in grado di sostituire anche i compiti intellettualmente complessi, stravolgendo paradigmi consolidati e costringendo tutti gli analisti a nuove valutazioni.

Durante l’ultimo Forum a Davos, Kristalina Georgieva, la direttrice generale del FMI, ha avvertito che il 60% dei lavori nelle economie avanzate sarà trasformato o cancellato e che il problema maggiore potrebbe interessare proprio i giovani, in quanto i lavori svolti da loro, essendo mansioni di prima occupazione, sono solitamente strutturati come compiti di base e di routine, vale a dire proprio quelli più facilmente sostituibili dall’ AI. Nello stesso evento Elon Musk ha prospettato un futuro abitato da tantissimi robot umanoidi in grado di svolgere compiti tradizionali quali il lavoro nelle fabbriche ma anche quelli fin qui riservati alle sole persone, come accudire gli anziani o badare ai bambini. Insomma, quello che una volta poteva essere solo visto in un film di fantascienza, oggi diventa uno scenario realistico il cui unico dubbio diventa solo il quando e in che misura.

Riguardo al quando robot umanoidi potranno sostituire in maniera marcata l’uomo oltre che affiancarlo, un concetto interessante è legato al paradosso di Solow, un economista vincitore del premio Nobel nel 1987, che sta ad indicare una discrepanza temporale tra un’ampia adozione di una tecnologia e un risultato concreto sulla produttività. Lo studioso aveva osservato che, nonostante ci fosse un’ampia diffusione dell’uso di computer e tecnologie informatiche, le statistiche non evidenziassero grandi incrementi di produttività, cosa che invece si è manifestata in misura marcata solo successivamente, come se ci fosse un effetto simile ad una J allungata, dove per un po’ di tempo non si vedono grossi cambiamenti e poi arriva un’accelerazione improvvisa e incrementi importanti in termini di produttività.

Se da un lato quindi avremo grandi benefici in ogni settore dell’attività sociale ed economica dell’ umanità, dall’ altro non possono essere trascurati interrogativi inquietanti sul percorso da seguire o non seguire in questa rivoluzione copernicana e come gestire le conseguenze, anche negative, di tali cambiamenti.

Il dibattito tra due modelli possibili di AI

Secondo Andrea Pignataro, imprenditore italiano a capo del gruppo Ion, un gruppo che include società di software e banche dati per istituzioni finanziarie e considerato da Forbes l’uomo più ricco d’Italia con un patrimonio stimato di oltre 40 miliardi di dollari, le aziende stanno, per così dire, tagliando il ramo dell’albero sul quale sono sedute, in pratica insegnando ai sistemi di intelligenza artificiale a renderle superflue. Il vero pericolo è che se ciascuna azienda insegna ai modelli di intelligenza artificiale la sua cultura, il suo know-how interno, concentra un potere enorme in un unico strumento, capace di “ragionare” e “apprendere” su quello che gli è stato insegnato.  La capacità di aggregare il meglio delle informazioni e delle conoscenze aziendali in capo ad un’unica grande intelligenza darebbe ad una singola società il monopolio della conoscenza delle best practice di un settore o di tutti i settori economici. A suo parere, se da un certo punto di vista adottare l’AI ha senso per la singola azienda in modo da essere più competitiva rispetto ai suoi concorrenti, da un punto di vista aggregato questo aumenta la capacità aggregata della singola piattaforma AI di disintermediare l’intero settore in cui la singola azienda opera. Un po’ come se in una squadra di calcio ognuno insegnasse al meglio il suo ruolo ad un singolo calciatore che alla fine potrebbe all’occorrenza rimpiazzare chiunque. Per questo Pignataro suggerisce che le aziende, invece di utilizzare piattaforme chiuse quali Google, Open-AI o Anthropic, dovrebbero sviluppare internamente modelli open-source che siano addestrati sui propri dati, operanti su proprie infrastrutture e gestiti direttamente da loro. A suo parere inoltre, proprio la burocratica frammentazione regolamentativa e culturale in Europa, dovuta ai diversi paesi, potrebbe rappresentare paradossalmente un vantaggio nel lungo termine, rallentando il processo di adozione dei modelli chiusi di poche società e dando maggior tempo per andare in una direzione di protezione del proprio know-how aziendale.

Pignataro ha espresso le sue considerazioni in un breve saggio dal titolo “The wrong apocapylse” in risposta ad un altro imprenditore di origini italiane, Dario Amodei, a capo di Anthropic, la società dietro un modello di AI estremamente avanzato che con il suo prodotto Claude ha recentemente creato uno scossone finanziario sui titoli delle società di software a livello globale: gli investitori, infatti, iniziano a temere che molti software attualmente in uso in una larga parte delle aziende di tutto il mondo possa essere sostituito da modelli come Claude, sempre più efficienti e capaci di svolgere compiti sempre più complessi.

Nel suo ultimo saggio sull’ AI dal titolo “The adoloscence of technology” Amodei analizza i possibili rischi di uno sviluppo non regolato secondo principi etici e di prudenza dell’AI. Amodei crede che in futuro prossimo sarà possibile sviluppare un modello di AI così avanzato (“AI potente”) che se da un lato sarà in grado di generare un aumento di produttività e ricchezza mai visto prima a livello globale (indica un 10-20% di crescita annuale del PIL), dall’altro messo nelle mani sbagliate potrebbe generare attacchi informatici piuttosto che creare nuove armi biologiche di distruzione di massa, ad esempio. In particolare si sofferma sui rischi dell’intelligenza stessa che potrebbe agire spontaneamente in maniera incontrollata,  “rischi derivanti da un uso improprio da parte di individui e piccole organizzazioni e rischi di uso improprio da parte di stati e grandi organizzazioni”. Lui stesso prevede per Claude l’adozione di una sua Costituzione (potremmo definirlo un codice etico), un insieme di principi e valori di alto livello, con un numero limitato di divieti specifici e rigidi, insomma una sorta di 10 comandamenti che possano spingere a compiere piuttosto che a non compiere certe scelte. Il saggio affronta anche il possibile impatto sul mercato del lavoro e sulla concentrazione di potere economico conseguente. A suo parere, infatti, nel giro di 1-5 anni, l’intelligenza artificiale sarà in grado di sostituire la metà di tutti i posti di lavoro impiegatizi entry-level. È vero che nelle passate rivoluzioni tecnologiche e industriali c’è sempre stata la distruzione di posti di lavoro nei settori tradizionali e la creazione di nuovi, ma questa nuova fase presenta caratteristiche peculiari quali: 1) velocità di sviluppo elevata rispetto a precedenti tecnologie; 2) ampiezza cognitiva: l’AI non è un sostituto di alcuni lavori umani per cui i lavoratori possono poi spostarsi ad altri settori, ma rappresenta un sostituto per qualsiasi lavoro umano; 3) suddivisione in base alle capacità cognitive: l’AI progredisce via via dal basso verso l’alto andando prima ad intaccare i lavori più semplici ma progressivamente rendendosi capace di svolgere mansioni sempre più complesse; 4) capacità di colmare le lacune: la tecnologia continua a migliorarsi in continuazione adattandosi e superando anche quelle complessità e distorsioni del passato (ricordiamo i primi errori in cui le immagini generate potevano avere 6 dita in una mano ad esempio).

Lo stesso Amodei propone delle possibili soluzioni per attenuare questi impatti. In pratica il problema è che la trasformazione sarà tale per cui è necessario gestire il passaggio inevitabile ad un mondo con una forte presenza di AI nella maniera meno traumatica possibile a livello sociale. Tra queste: 1) sistemi di rilevazione di tassi di disoccupazione in tempo reale e più accurati; 2) la possibilità per le aziende di scegliere un modello socialmente migliore, quindi meno orientato al risparmio sui costi (fare la stessa cosa con meno persone) e più indirizzato all’innovazione (fare di più con lo stesso numero di persone) che conserva l’equilibrio sociale e accresce il valore per la collettività; 3) la necessità per le aziende di riflettere su come prendersi cura dei propri dipendenti, anche valutando di retribuire i dipendenti molto tempo dopo che non forniscono più valore economico in senso tradizionale, cosa che la stessa Anthropic sta valutando; 4) l’obbligo per le persone facoltose, beneficiare dei grandi vantaggi economici dell’AI, di redistribuire parte della loro ricchezza attraverso attività filantropiche; 5) la necessità di un intervento politico, in particolare attraverso un meccanismo di tassazione progressiva mirato in particolare alle società di AI, in grado di redistribuire risorse in un mondo con una forte disuguaglianza prodotta dalla mancanza di posti di lavoro o disponibilità di lavori mal pagati per molti. Lo stesso Amodei si augura che tutte queste iniziative aiutino a prendere tempo fino ad un momento in cui la stessa intelligenza artificiale ci possa suggerire quali ulteriori misure adottare per gestire la transizione e ridisegnare un nuovo modello economico sociale, mostrando un livello di fiducia quasi messianico nei confronti dell’AI.

Conseguenze pratiche e nuovi interrogativi etici e sociali

Se per qualcuno queste considerazioni possono sembrare solo riflessioni teoriche o iperboliche prendiamo 2 casi concreti recenti che dimostrano quanto attuali e ineludibili siano queste problematiche.

Il 19 novembre 2025 il Tribunale di Roma ha riconosciuto come legittimo un licenziamento basato su “giustificato motivo oggettivo” che aveva spinto una società a sopprimere una posizione lavorativa in seguito ad una fase di contrazione economica affrontata con strumenti di riduzione dei costi tra i quali l’AI, rappresentando quindi uno dei primi casi in Italia a livello giurisprudenziale che ammettono la possibilità di riduzioni di organico anche grazie a questa nuova tecnologia.

Secondo il Wall Street Journal l’esercito americano avrebbe usato dati di intelligence elaborati dal software Claude durante il recente attacco all’Iran per individuare bersagli, obiettivi e operare simulazioni tattiche. Questo nonostante lo scontro che si era avuto, nei mesi precedenti, tra Anthropic e il Pentagono che aveva richiesto ad Amodei di eliminare dei vincoli operativi per uso militare al software, cosa a cui Anthropic si era opposta. La risposta del Pentagono è stata la rescissione del contratto e la sottoscrizione di un servizio alternativo fornito da OpenAI. Tuttavia, essendoci circa 6 mesi di tempistiche tecniche per la rescissione ed essendo Claude l’unico modello approvato in toto per i sistemi classificati in uso all’esercito degli Stati Uniti, il software è stato legalmente usato così com’è stato impiegato durante il raid per la cattura di Maduro in Venezuela. A questo punto potremmo anche chiederci se la strage delle 165 bambine iraniane morte per un attacco errato ad una scuola da parte dell’ esercito americano siano il frutto di un errore umano o dell’AI e che implicazioni di responsabilità e di etica questo possa comportare.

In un recente report di Citrini Research, dal nome “The 2028 Global Intelligence Crisis”, si ipotizza quale scenario provocatorio che nel 2028 il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti sia a oltre il 10%, i consumi delle famiglie siano in diminuzione a causa del taglio dei posti di lavoro causato dal massiccio utilizzo dell’AI, con impatti negativi sui valori di molte società quotate in borsa eccetto che per quelle legate alle nuove tecnologie che hanno aumentato i profitti in maniera esponenziale concentrandola però in mano di pochi. E’ evidenza storica il fatto che durante le rivoluzioni industriali e tecnologiche vengano soppressi o ridotti certi lavori mentre se ne creano di nuovi, solitamente in più rispetto a quelli persi, aumentando quindi il benessere generale, per cui molti economisti sono scettici su questo possibile scenario. Tuttavia, come evidenziato anche dal saggio di Amodei citato, la natura di questa nuova rivoluzione e la velocità e l’impatto della sua diffusione potrebbero creare un lag temporale o addirittura strutturale tra la distruzione e la creazione di nuovi posti di lavoro, per cui è fondamentale il ruolo delle scelte politiche che verranno intraprese per governare questo passaggio sociale che potrebbe comportare anche l’adozione di un nuovo modello economico e sociale in cui ai classici strumenti di riqualificazione e formazione continua dei lavoratori e di protezione sociale, come i sussidi di disoccupazione, debbano essere aggiunti modelli di reddito universale minimo permanente. La riduzione dell’orario di lavoro è un trend storico da quando è iniziata la rivoluzione industriale del XVIII secolo e coincide sempre più con le aspirazioni anche valoriali degli individui: secondo il nono rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, oltre il 70% degli italiani crede che esistano le condizioni economiche e tecnologiche per poter ridurre la settimana lavorativa da 5 a 4 giorni (cosa già in fase di sperimentazione in alcune aziende italiane) questo in quanto quasi il 90% degli individui attribuisce sempre maggior valore alla qualità della vita fuori dal lavoro, del tempo per il proprio benessere soggettivo visto come un diritto da riconoscere a tutti, mentre oltre il 55% degli intervistati dichiara che “fare carriera non è una priorità di vita”.

Conclusioni

In conclusione è possibile fare un’ analisi su ciò che sta già accadendo e che molto probabilmente accadrà e su ciò invece che potrebbe accadere e che dipenderà dalle scelte politiche e sociali che verranno prese di qui a poco.

Guardando all’ aspetto operativo ed economico del funzionamento dell’AI, a monte di questo è necessaria una sempre maggiore disponibilità di energia e data center. Di conseguenza il settore energetico e quello infrastrutturale per l’AI, come la costruzione di data center, creeranno nuovi posti di lavoro e maggiori profitti. Le società energetiche, sia quelle petrolifere tradizionali sia quelle per la produzione di rinnovabili, così come i produttori di microprocessori (vedi Nvidia), sono già e saranno i beneficiari di questo trend di crescita dell’AI. A valle ci saranno tantissime ricadute su altri settori. Il settore della robotica, ad esempio, grazie all’integrazione con l’AI, si espanderà enormemente così come i settori delle biotecnologie e quello farmaceutico potranno accelerare i tempi di scoperta e commercializzazione di nuove molecole.

Riguardo a possibili nuovi modelli economico-sociali questi saranno la risultante della interazione tra due fenomeni: 1) la riduzione dell’orario di lavoro, a parità di salario, generato dall’incremento di produttività legato all’AI, in linea con quanto storicamente accaduto con lo sviluppo di qualsiasi nuova tecnologia (dalla ruota al computer) in grado di supportare il lavoro dell’uomo; 2) la sostituzione totale del lavoro, sia manuale che fisico, da parte di AI e robot, con la necessità di trovare nuove mansioni se possibile per gli individui o semplicemente dare loro un reddito minimo e spingerli ad utilizzare il loro tempo e il loro reddito in attività ricreative (turismo, educazione, sport ecc.) che rimettano in circolo la ricchezza loro assegnata a beneficio di altri settori e quindi dell’intera collettività.

Il secondo punto, in particolare, risulta culturalmente difficile in una società tendenzialmente individualista e liberale, ispirata ai modelli filosofico-morali di Rawls, in cui il bene collettivo scaturisce dall’ aggregazione della ricerca individualistica della realizzazione di ciascuno, in contrapposizione a modelli più comunitaristi di pensatori moderni quali Sandel e Macintyre, quest’ultimo in particolare che si richiama ai principi aristotelici di bene comune. Nell’Etica Nicomachea, il libro che Aristotele regge in mano nella famosa rappresentazione della Scuola di Atene di Raffaello nelle Stanze Vaticane, il filosofo greco individua nell’eudaimonia, cioè nella felicità, il fine dell’uomo, cioè in qualcosa che l’individuo persegue non in vista di un altro fine, come possono essere la ricerca di successo, denaro o fama. Tuttavia, la piena realizzazione dell’individuo può avvenire solo all’interno della comunità in cui, attraverso il proprio ruolo di cittadino virtuoso, ciascuno contribuisce al perseguimento e ottenimento del bene comune. Infatti, come animale politico (la celebre definizione aristotelica), l’uomo può svilupparsi pienamente solo all’interno della comunità e per questo grande spazio vengono dati all’amicizia e la concordia tra le persone, valori di importanza maggiore della stessa giustizia, poiché quest’ultima regola i rapporti all’interno della comunità ma concordia e amicizia sono i presupposti stessi dell’esistenza della comunità, senza le quali questa non esisterebbe. Un concetto che sembra essere molto attuale ai nostri giorni, nel momento in cui concordia e amicizia tra alcuni popoli vengono meno e conta poco richiamarsi a principi di giustizia e di diritto internazionale di fronte alla legge del più forte. E’ quindi auspicabile che in una società futura, con una crescente importanza dell’AI, sia la concordia e l’amicizia tra popoli e individui a poter facilitare l’individuazione di strumenti di giustizia sociale sui cui modelli possono esserci visioni differenti ma in ogni caso alternativi alla legge dell’egoismo del più forte che, dall’alto della sua supremazia tecnologica ed economica aumentata enormemente dall’ AI, accentri un eccesso di potere a scapito della larga maggioranza degli individui, rendendo le diseguaglianze e le ingiustizie sempre maggiori, generando continui risentimenti e conflitti che vanno a minare ulteriormente le componenti di amicizia e di concordia che invece rappresentano la soluzione, in un circolo vizioso che pericolosamente si autoalimenta.

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