L’ESMA CONFERMA CHE ALCUNI FONDI FANNO I “FURBI”

Un paper pubblicato dall’ESMA, l’ European Securities and Markets Autority, in settembre conferma che alcuni fondi a gestione attiva sono in realtà quasi ETF mascherati, generando risk-adjusted performance, misurate attraverso l’alfa di Jensen, inferiori a quelle a vera gestione attiva, anche al netto dei costi leggermente minori. In un mio precedente articolo del 30 giugno scrivevo quanto segue: “La stessa ESMA, l’ente regolatorio europeo, negli ultimi anni ha lanciato un’investigazione per capire quanti potrebbero essere i fondi in Europa classificati come attivi ma che hanno un basso tracking error, cioè uno scostamento troppo piccolo rispetto al benchmark, e che in realtà possono essere assimilati a degli ETF mascherati. Un’ipotesi è che tra il 15% e il 5% di tali fondi potrebbe non essere a gestione attiva”.

Lo studio, pubblicato da pochi giorni e curato da Lorenzo Danieli, Alexander Harris and Giorgia Pichini, ha preso in considerazione dati su circa 5400 fondi azionari domiciliati nella UE su un periodo che va dal 2010 al 2018. I ricercatori hanno cercato di individuare, in primis, alcuni parametri capaci di discriminare i fondi a vera gestione attiva da quelli a dichiarata gestione attiva ma che in realtà si comportano più come ETF che seguono gli indici, chiamati tecnicamente closet indexer, per poi confrontare le performance e i relativi costi tra le due categorie. I parametri scelti, oltre al tradizionale active share (l’active share misura la percentuale del fondo investita in maniera diversa rispetto al proprio benchmark), introdotto in letteratura dagli studiosi Cremers e Petajisto nel 2009, sono stati il tracking error (la deviazione standard della differenza tra le performance del fondo e del suo benchmark su un determinato periodo temporale), l’ R-quadro (un indice che spiega quanta parte di una serie di dati dipende dalla variazione di un’altra serie di dati correlati alla prima serie) e il beta (parametro che indica la sensibilità della performance di un’azione all’intero mercato azionario). Tra le varie conclusioni dello studio:

  • la performance risk-adjusted dei closet indexer è inferiore a quella dei fondi a gestione attiva;
  • i fondi relativamente giovani hanno un active share maggiore rispetto a quelli più anziani;
  • il TER (il total expense ratio), cioè il costo totale del fondo per l’investitore finale, è leggermente più basso rispetto a quelli a vera gestione attiva ma, ovviamente, molto più alto rispetto agli ETF. Tuttavia i closet indexer, pur godendo di costi molto minori rispetto a quelli a gestione attiva, trasferiscono solo una piccola proporzione di tali risparmi sul cliente, evitando quindi di competere sul prezzo attraverso la riduzione delle commissioni.

A parere dei ricercatori, lo studio conferma le preoccupazioni del regulator europeo sui costi, l’effetto distorsivo sui portafogli degli investitori e la potenziale carenza informativa relativa ai closet indexer. Infatti, poter identificare a priori tale categoria di fondi senza fare alcun riferimento nel KID potrebbe alterare la bontà ed esattezza di quest’ultimo, portare gli investitori ad effettuare investimenti diversi dal profilo rischio/rendimento desiderato oltre a pagare commissioni maggiori rispetto al dovuto.

Conclusioni

La frase “Closet indexers therefore appear to pass on to consumers only a small share of the lower economic costs of benchmark-tracking compared to active management, rather than engaging in price competition” sembra essere un monito nei confronti dei closet indexer che non si fanno concorrenza abbassando il costo complessivo per il cliente, difendendo i propri margini di profitto. Essendo il ruolo del regulator principalmente rivolto a tutelare la concorrenza e proteggere il consumatore finale, a mio parere sembra chiaro che stiano dicendo: vi stiamo monitorando, stiamo selezionando gli strumenti migliori per definirvi come closet indexer, se non riducete le commissioni, prima o poi, lo imporremo noi con qualche norma specifica.
Lo studio, inoltre, ribadisce l’importanza del ruolo del consulente nel poter informare correttamente anche su tali tematiche meno pubblicizzate dalla stampa o dalle case di investimento e ancora soggette a discussione da parte dell’ESMA, al fine di poter selezionare con chiara trasparenza e efficienza i fondi investimento più adatti alle esigenze del risparmiatore.