Sotto l’ombrellone ho trovato interessante l’ultimo libro di Vittorino Andreoli, “La dittatura del denaro”. Il celebre scienziato, attraverso un’analisi psicologica mette in evidenza come le distorsioni del nostro modello di sviluppo economico e sociale possano creare le premesse psichiche per malattie e atteggiamenti di tipo paranoico o depressivo. L’auspicio è che si recuperi un’economia in cui il denaro torni ad essere mezzo e non fine, il cui il valore dell’individuo non dipenda dal danaro (e suoi simboli) che possiede ma dalla ricchezza di affetti, di condivisioni, di educazione, di lavoro gratificante, di partecipazione ad una comunità.
Il termine stesso economia, che nasce dall’insieme di oikos (casa) e nomos (norma), ossia gestione della casa, ha insito il riferimento ad una famiglia, ad una comunità, ad un insieme quindi di individui e di relazioni e non esprime individualismo o egoismo. Gli stessi imperativi per la sopravvivenza definiti da Darwin, alimentazione, necessità di un territorio, riproduzione della specie, non hanno come valore il denaro ma lo vedono quale mezzo. Altri sono i valori primordiali delle prime società umane quali la conoscenza (che nell’antropologia rimanda al vecchio saggio), l’intelligenza come capacità di capire, intuire o prevedere una difficoltà (si guardano allora gli astri o il volo degli uccelli), il senso del sacro ossia la necessità di relazionarsi con l’invisibile (il ruolo del sacerdote, la nascita delle religioni).
In un’economia del denaro in cui il valore dell’uomo è misurato solo in base al denaro che possiede, l’eccesso di denaro così come la sua mancanza comportano degli effetti psicologici sugli individui, creando un’economia dell’inutile per pochi e una mancanza del necessario per tanti.
In una critica rivolta ai grandi super ricchi della terra l’autore identifica la patologia dell’inutile che può sfociare in paranoia. Chi possiede enormi quantità di denaro le slega inevitabilmente dalla necessità di consumo o obiettivi specifici e l’accumulo diventa solo fine a se stesso con il solo scopo di aumentare il senso di potere dell’individuo, inteso come “faccio perché posso” oppure “posso per questo faccio”. Un esempio rappresentativo potrebbe essere la classica notizia di cronaca del magnate russo di turno che ha speso migliaia di euro per la bottiglia di champagne di dubbia qualità, in quel famoso locale della riviera, al solo scopo di mostrare quanto possa rispetto ad un altro. Alla base della paranoia vi sono due deliri: il delirio di onnipotenza, ossia faccio ciò che voglio senza che qualcuno me lo possa impedire, e il delirio persecutorio, in cui devo eliminare i miei nemici che potrebbero essere coloro che mi impediscono di fare ciò che voglio. Il potere dato da un eccesso di danaro può facilmente portare la psiche individuale verso questi deliri se l’individuo manca di valori etici.
Dall’altro lato anche una mancanza di denaro, non quindi povertà, che porti l’individuo a vivere al limite, un vivere al minimo, porta un senso di costante insicurezza. La mancanza di denaro diventa presenza ossessiva e costante, presenza di un’assenza. La paura continua che un piccolo o grande mutamento degli eventi dell’esistenza, quali una spesa medica imprevista, la perdita del lavoro, semplicemente il dover rinunciare a qualcosa d’importante perché meglio dirottare quelle poche risorse economiche a disposizione su altri bisogni prioritari, diventa angoscia, malinconia, depressione. In quest’ultima, infatti, convivono due fattori: la percezione del senso di inutilità, la precarietà esistenziale nonostante tutti gli sforzi profusi da un lato e nello stesso tempo un senso di colpa, il non essere riusciti a fare ciò gli altri si aspettavano (Alberto Sordi sosteneva che è peggio diventare poveri che essere poveri).
E’ importante sottolineare come Andreoli non sia critico verso il profitto, il danaro, la creazione di ricchezza, il mondo economico in genere, ma solo verso le sue distorsioni che possono diventare distorsioni anche della psiche.
L’elogio è, infatti, per quegli imprenditori che, con visione, hanno prima immaginato e poi creato una realtà che non vedevano ma che solo via via costruivano, spinti dalla passione, uomini che desideravano un mondo migliore, disposti a sacrificare i piccoli vantaggi del presente per andare oltre, simili ad un Ulisse che sa mettersi in mare e navigare a dispetto dei venti e delle incertezze. Imprenditori che conosco anche le sconfitte e che le hanno superate, imprenditori che hanno fatto squadra e il cui successo economico è solo la traduzione tangibile di valori di umanità e condivisione, di riconoscimento del lavoro dei collaboratori, imprenditori quindi che conoscono bene il sacrificio e il senso di sconfitta e che sono quindi pronti ad aiutare coloro che invece, avendo tentato un percorso analogo, non sono riusciti a raggiungere gli stessi risultati. L’autore, infatti, ricorda di avere incontrato nella sua esperienza di vita tanti scienziati che hanno ottenuto successi straordinari grazie a costanza e impegno, raggiungendo le più alte onorificenze, e ancora di più persone che hanno mostrato lo stesso impegno, la stessa passione ma che indirizzati su ipotesi scientifiche non corrette, non hanno raggiunto alcun risultato di rilievo, e semmai hanno aiutato gli altri a perseguire le strade più corrette: il successo è sempre frutto di un certo grado di aleatorietà.
La proposta di Andreoli è quindi un’economia diversa, un’economia del “ben essere”, che porti degli aggiustamenti a quella attuale che fornisce ricchezza-potere a uomini malati di egocentrismo e paranoia.
Lo stesso modello economico vigente sembra voler dare una risposta a coloro potenzialmente afflitti dalla depressione per mancanza di sufficienti risorse economiche, suggerendo loro semplicemente di lavorare di più. Tuttavia, i bassi salari relativi ad alcune professioni, anche ad alto valore intellettuale, quale quello degli insegnanti (pensiamo alla mancanza di lavoratori stagionali spesso per salari eccessivamente bassi o all’impossibilità per molti di spostarsi in grandi centri urbani non per la mancanza di voglia di mettersi in gioco o attaccamento eccessivo alla propria terra ma per affitti eccessivi che azzererebbero i vantaggi economici del nuovo lavoro, finendo in sostanza per lavorare non per un proprio progetto di vita ma per i “capitalisti” proprietari immobiliari), non sono la risposta adeguata e ricercata dalle nuove generazioni, il cui senso di minimalismo, anche se non è un modello da proporre, costituisce un tentativo di stile di vita che rifugga dai condizionamenti alienanti di questo tipo di economia, alla ricerca quindi, se non di un salario soddisfacente, quanto meno di un’attività lavorativa gratificante sul piano delle proprie aspirazioni e passioni.
La nuova economia deve fondarsi sui sentimenti, sulla fragilità, sulla gioia, che è legata più alla condivisione, al noi, piuttosto che sulla felicità, più marcatamente individuale che riporta all’io egoistico.
Nell’economia del “ben essere” il profitto (derivante dal latino proficere, ossia avanzare, progredire) rimane importante e funzionale e si affianca ad altri valori quali la stima di sé e dell’altro, la riconoscenza, la gioia, il sapere, l’esperienza e il tempo che passa. La stessa vecchiaia rappresenta un valore umano: il pensionato non deve essere assimilabile ad una macchina che ha terminato il ciclo produttivo ma un tesoro di valori e di esperienze che non decadono con l’età ma che con essa si esprimono anche con maggior forza.
Nell’economia del denaro i desideri sono denaro dipendenti, nell’economia del “ben essere” essi sono invece indipendenti. Il sentimento di amore verso gli altri deriva anche dalla fragilità. Connessa alla natura umana, presente in ognuno, non significa debolezza ma senso dei propri limiti, dei limiti dell’essere umano, che generano quindi pietas, capacità di capire il dolore e la sofferenza altrui permettendo di avvicinarsi l’altro e quindi alla relazione. E’ necessario quindi passare da un’economia di ricchezza-potere che genera paranoia ad una di fragilità-valori che genera amore.
Secondo l’autore due sono i fondamenti della nuova economia, educazione e lavoro, il primo come fattore propedeutico per il secondo. Le nuove generazioni sono alla ricerca non di un salario ma di un’esperienza di gratificazione personale, non un lavoro per vivere ma un lavoro che sia vita, soddisfacimento delle proprie aspirazioni, bilanciamento con la propria vita personale. Ne è testimonianza il fatto che sempre più le aziende che offrono un ambiente lavorativo stimolante, fatto di relazioni, di attività ludiche, di valorizzazione delle proprie opinioni e via dicendo sono ai primi posti nelle classifiche di preferenze rispetto a quelle dei vecchi modelli gerarchici nei quali si riduce l’uomo alla sola condizione gestuale e meccanica. Anche l’educazione deve staccarsi da un modello che ammaestra i giovani a diventare solo lavoratori. Inutile continuare a perpetuare modelli in cui gli studenti rimangono bloccati per cinque ore ciascuno sulla propria sedia senza interagire in modo più ampio, anche dal punto di vista fisico. Occorre superare un modello in cui le lezioni si svolgono in un silenzio che snocciola solo una serie d’informazioni che oggi, e sempre più in futuro grazie all’intelligenza artificiale, sono facilmente rintracciabili sui canali digitali, e invece occorre andare verso una scuola che favorisca un’attività di gruppo, al fine di risolvere problemi in comune, creare empatia e senso di appartenenza. Il legame affettivo che ognuno di noi stabilisce con persone di valore dipende dalla fiducia, dal rispetto dell’autorevolezza, che derivano non dal denaro ma dal sapere, dalla coerenza del proprio vissuto, dalla credibilità di colui che sa vedere il futuro della comunità.
Nella nuova economia il denaro deve tornare ad essere mezzo e non fine e quindi promuovere la cultura, la ricerca scientifica, la generosità nei confronti degli altri, la solidarietà, il lavoro gratificante ed economicamente soddisfacente, la gentilezza che può aiutare e sviluppare ulteriormente il turismo. Il concetto di riferimento è quello del focus sulla gioia piuttosto che sulla felicità, condivisione e comunità piuttosto che egoismo ed individualismo. Viene in mente un quadro famoso di Matisse, La gioia di vivere del 1906, i cui si combinano diverse figure in atteggiamenti ludici, dal riposo, alla danza. In esso si trovano diverse citazioni di opere precedenti, dalla “Colazione sull’erba” di Manet alle “Bagnanti” di Cezanne. Il quadro stesso, riprendendo la parte centrale che raffigura un girotondo, porterà a dipingere, qualche anno più tardi, le due versioni della Danza, forse il quadro più famoso dell’artista, oggi conservate al Moma di New York e all’Ermitage di San Pietroburgo. Nella versione più conosciuta dell’Ermitage, l’influenza dei colori accesi del periodo fauves suggerisce di dipingere di rosso le cinque figure femminili danzanti, immerse nel blu del cielo e il verde dei prati, un girotondo che evoca la gioia di vivere, un movimento circolare che rappresenta un abbraccio universale, un senso di solidarietà, di eguaglianza tra persone che si tengono le mani, ricordando anche, attraverso la mano di una ballerina in primo piano che si stacca da quella dell’altra, il senso di caducità dell’esistenza.