LE CONSEGUENZE DI TROPPA MERITOCRAZIA: TRUMP, RABBIA SOCIALE, PERDITA DI DIGNITÀ DEL LAVORO

Nel periodo estivo ho avuto modo di leggere un interessante libro dal titolo “La tirannia del merito” di Michael Sandel, pubblicato nel 2021. Mi sono reso conto di quanto, contrariamente all’approccio ampiamente positivo che si ha a questo riguardo, siamo imbevuti eccessivamente di una concezione meritocratica della vita civile che può essere anche controproducente, fornendomi possibili risposte anche a questioni apparentemente poco collegate:

1) La globalizzazione, la deregolamentazione finanziaria, il liberismo senza freni hanno creato una società polarizzata tra vincitori e perdenti, nella quale, da un lato, la tracotanza dei vincitori attribuisce il merito del successo solo a se stessi, sulla base del principio meritocratico, dall’altro, la rassegnazione e la rabbia dei perdenti si materializza in un rifiuto del modello sociale ed economico proposto dalle élite, che sfocia in fenomeni di populismo, dalla Brexit all’elezione di Trump; 2) il rigetto da parte degli studenti universitari di un modello di università estremamente competitivo e ansiogeno che punta più a una selezione per il mondo del lavoro che a formare le coscienze critiche individuali e arricchire culturalmente gli individui nel loro ruolo di cittadini parti di una comunità; 3) una società più giusta non è solo quella che fornisce uguaglianza di opportunità ma anche uguaglianza di condizione; 4) chi è in cima alla scala sociale dovrebbe essere più riconoscente nei confronti del contributo della comunità al suo successo mentre chi è in basso dovrebbe sentirsi meno solo e colpevole; 5) riportare al centro la dignità del lavoro e il senso di comunità sono mezzi per ridurre le disuguaglianze sociali, rendere la società più giusta e ridurre le tensioni sociali all’interno delle nazioni così come tra nazioni, riducendo quindi conflitti tra gruppi sociali o stati.

Il pensiero filosofico

Sandel è un filosofo statunitense il cui focus di ricerca è concentrato sulla filosofia morale e politica e si inserisce nel filone del pensiero comunitarista che concepisce l’individuo solo all’interno delle sue tradizioni culturali, etniche, religiose e sociali, enfatizzando il legame tra individuo e società e ponendosi in maniera critica nei confronti dell’individualismo liberale e del liberismo in campo economico, criticando l’approccio liberale del primato del giusto su quello del bene. I liberali, basandosi su primato dell’io sul noi e sui fini della società, intendono quest’ultima come un’associazione di individui, ciascuno teso al raggiungimento del proprio personale piano di vita, concependo il bene collettivo solo come convergenza di interessi, valori e opinioni personali. I sostenitori del comunitarismo criticano questo approccio che rende la vita pubblica povera, impendendo di creare un senso di unione e di cittadinanza tra gli individui capaci di dare vitalità alle istituzioni democratiche e creare consenso verso politiche solidaristiche. Testimone di una debole identità etica e culturale delle società moderne, malate di atomismo e nichilismo morale, Sandel concepisce una comunità buona e giusta quella in cui l’individuo si riconosce e viene riconosciuto dignitosamente e valorizzato per il suo ruolo attivo all’interno della comunità, una concezione simile a quella della polis greca, di stampo aristotelico.

La critica al modello meritocratico

Di fronte all’avanzare di forme di populismo, xenofobia, autocrazia politica e tecnologica, Sandel si chiede se la soluzione alla litigiosità politica sia nel continuare ad abbracciare l’idolatria del concetto di meritocrazia oppure nel ricercare un bene comune capace di andare oltre il mero orizzonte del selezionare e lottare.

Il filosofo afferma che l’attuale classe dirigente fa fatica a spiegare questi fenomeni di protesta populista, attribuendo le cause ad un atteggiamento di discriminazione verso gli immigrati e le minoranze etniche insieme ad un’ansia nei confronti della globalizzazione e dei veloci cambiamenti tecnologici. Seppure veri, tali elementi non sono sufficienti a spiegare il malcontento che, a suo parere, è legato al modo tecnocratico di concepire il bene pubblico (affidato a meccanismi di mercato basati sull’efficienza e che svuotano il dibattito pubblico di argomentazioni morali e sostanziali) e il modo meritocratico usato per individuare vincitori e perdenti.

Negli USA, il reddito mediano, in termini reali, è inferiore a quello di circa 40 anni fa, mentre l’1% più ricco guadagna più della metà più povera del paese, a dimostrazione di come la globalizzazione abbia distribuito l’accresciuta ricchezza in modo alquanto diseguale.  Tuttavia, tali disuguaglianze sono state tollerate nella convinzione della facile mobilità sociale verso l’alto alla base del “sogno americano”.  A questo principio si sono ispirate, negli ultimi decenni, le politiche sociali di ogni fede politica, di destra come di sinistra, cercando di offrire una maggiore uguaglianza sociale di opportunità, attraverso una riqualificazione professionale degli espulsi dal mondo del lavoro a causa dei cambiamenti tecnologici e della globalizzazione, un più facile accesso all’istruzione superiore, la riduzione delle barriere etniche e di genere. In sintesi, se dai il massimo, se ti impegni, puoi arrivare fin dove ti porterà il tuo talento e noi ti aiutiamo in questo. Tuttavia si tratta di un falso mito, date le difficoltà ad emergere nell’attuale sistema economico. Le statistiche indicano come solo il 5% di coloro che nascono nel 20% della popolazione più povera riesce ad arrivare al 20% di quella più ricca, mentre la maggior parte non raggiunge neppure la classe media.  Nonostante il sistema universitario abbia favorito l’accesso dei più svantaggiati per ragioni economiche, di genere o etniche, le migliori università americane sono frequentate in larghissima parte dall’élite della società, un sistema che perpetua il trasferimento “ereditario” dei posti di potere da padre in figlio, dal proprio clan sociale a membri dello stesso clan sociale. Per Sandel, quindi, la risposta alla disuguaglianza, al fine di avere una società più giusta, non può basarsi solo sulla retorica della meritocrazia e della salita lungo la scala sociale ma deve guardare ad altre soluzioni piuttosto che accontentarsi di aiutare le persone a salire su gradini sempre più alti.

Il filosofo analizza a fondo i metodi di selezione delle università americane, contestandone il valore di selezione degli individui, che ha creato una frattura politica tra laureati e non tra le più profonde negli Stati Uniti. Un peso così ampio dato alla laurea come mezzo di riscatto, sia economico che di stima sociale, ha generato una tale tracotanza da parte delle élite nei confronti dei meno fortunati da scatenare poi le reazioni populiste alla base della vittoria di Trump. I laureati delle università di élite dimenticano che il loro accesso alle migliori facoltà è frutto solo in parte del loro impegno e talento, ma è molto legato alle condizioni di partenza famigliari, economiche, di educazione, di luogo, di nascita casuale in un luogo piuttosto che in un altro, tutti elementi legati alla sorte e alla comunità da cui provengono e non certo qualcosa di cui possono pensare di averne merito. Questo ha sviluppato quella che Sandel chiama “politica dell’umiliazione”, in cui il pensiero di fondo spinge a pensare che i ricchi lo siano perché più meritevoli mentre i poveri, in fondo, sono responsabili del loro destino, non si sono impegnati abbastanza, non si sono meritati il successo.

Guardando il fenomeno da una prospettiva storica, la caduta del muro di Berlino e il dissolvimento dell’Unione Sovietica hanno creato quella falsa speranza che il modello di democrazia liberale e di capitalismo basato sul libero mercato, globalizzazione, libero scambio di merci, deregolamentazione finanziaria, creando anche interdipendenza tra i popoli, avrebbe aiutato a ridurre i potenziali conflitti tra stati, promuovere i diritti umani e ridurre le spinte nazionalistiche. Tuttavia le crisi finanziarie prodotte, quali quella del 2008, le profonde diseguaglianze di reddito generate, il potere economico e la nascita di un’aristocrazia tecnocratica hanno aumentato le spinte nazionalistiche e populiste che mettono in crisi la semplice soluzione dell’eguaglianza di opportunità come strumento per ambire a una società più equa e meno conflittuale.

E’ interessante notare come i ricercatori abbiano evidenziato un diverso approccio culturale al concetto di meritocrazia tra americani ed europei. Intervistati rispetto alle loro possibilità di passare da povertà a ricchezza gli americani sopravvalutano le loro possibilità mentre gli europei le sottovalutano. Come si spiega questo paradosso considerando che le società europee sono più mobili e uguali rispetto agli USA?  Il forte senso di individualismo e di accettazione della disuguaglianza fa sì che gli americani siano eccessivamente ottimisti sui possibili risultati del duro lavoro mentre l’atteggiamento scettico che l’impegno individuale possa vincere su tutto e la minore tolleranza verso la diseguaglianza portano gli europei a sottostimare la possibilità di emergere.

Secondo Sandel, basare le politiche sociali sul presupposto che una laurea al college sia la condizione per un lavoro dignitoso e fonte di stima sociale corrode la vita democratica, svilendo il ruolo di quanti non ne sono in possesso, escludendo la maggior parte dei lavoratori da un governo rappresentativo e fomentando reazioni populiste.

Un modello alternativo

Se quindi una cultura spinta della meritocrazia è un problema per la vita democratica di una collettività, quali le possibili soluzioni? Fermo restando che il merito comunque è un elemento essenziale per l’assegnazione di posti di lavoro e ruoli sociali, è necessario ripensare la maniera in cui il successo viene concepito, mettere in discussione l’idea che chi si trova in cima ci sia arrivato grazie solo a se stesso, focalizzandosi in particolare su due aree: istruzione e lavoro.

a) Istruzione

Riguardo all’istruzione Sandel critica il modello di iperselezione delle università di élite che ha portato a livelli anormali di disagio emotivo negli studenti provenienti dalle famiglie benestanti. In una società basata sul capitalismo, particolarmente esasperato poi negli Stati Uniti, in cui il successo economico è simbolo di riconoscimento sociale (falsamente confuso con il valore dell’individuo) nonché segno anche di grazia divina secondo un’etica calvinista, il fare soldi deriva dal poter frequentare le migliori università, spingendo gli stessi genitori a pressioni sempre maggiori sui figli, con un approccio che alcuni economisti (M. Doepke e F. Zilibotti) hanno definito “genitorialità elicottero”, ossia un atteggiamento che impegna parecchio e richiede molto tempo, quale risposta razionale alla crescente diseguaglianza e ai ritorni economici dell’istruzione. Questo ha spinto le università sempre più ad essere una macchina selezionatrice, di accreditamento nel mondo del lavoro, a scapito della loro funzione educativa, in cui selezione e competizione mettono in un angolo insegnamento e apprendimento. E’ quindi necessario invertire la rotta. Ma come?

Sandel avanza un paio di proposte: lotteria delle ammissioni tra i più meritevoli e maggior sostegno all’istruzione professionale.  Sul tema della lotteria, propone che invece di fare una graduatoria dal primo all’ultimo dei candidati cercando di valutare con test attitudinali chi è più meritevole o meno, una volta individuato un livello minimo di competenze e di merito, da questo gruppo dovrebbero essere estratti a sorte le ammissioni. Questo meccanismo riconoscerebbe comunque un principio meritocratico, una soglia di sbarramento non come parametro da massimizzare, ridurrebbe le pressioni psicologiche sugli studenti e sui genitori, ridurrebbe la tracotanza del merito in quanto il meccanismo del sorteggio è affine al meccanismo di sorte con cui gli individui nascono dotati o meno di un certo livello di intelligenza, di ricchezza, e via dicendo e che quindi non vi è alcun merito loro nell’avere avuto quei doni che li facilitano nell’accesso alle università di élite. Inoltre, se le singole facoltà volessero dare spazio a fattori di diversità sociale, etnica o di genere, alcuni meccanismi come dare più biglietti a coloro che fanno parte di certi gruppi selezionati contribuirebbero a salvaguardare il concetto di diversità.

Sul tema dell’istruzione professionale lo studioso propone di combattere la tendenza all’abbandono delle scuole superiori pubbliche, investendo maggiori risorse statali nell’istruzione tecnica e professionale, senza discriminare finanziariamente e in termini di riconoscimento sociale tra istruzione universitaria e professionale. La critica è al sistema in cui le stesse università pubbliche sono diventate sempre meno pubbliche e sempre più private, con minori contributi statali, facendo salire le rette ed esplodere il debito degli studenti costretti a iniziare una carriera lavorativa già gravati da pesanti debiti.

Considerando che solo un terzo degli americani consegue una laurea al college, tale discriminazione nei confronti delle classi lavoratrici corrode la coesione democratica. A livello educativo, imparare a diventare un idraulico piuttosto che un elettricista dovrebbe essere considerato come un contributo altrettanto importante al livello sociale e non come un premio di consolazione per chi non riesce a passar i test universitari o non ha i mezzi finanziari per accedere all’università.

b) Lavoro

I dati mostrano come sia diventato sempre più difficile, rispetto al passato, mantenere una vita dignitosa per coloro non in possesso di un diploma universitario, con un divario sempre maggiore tra gli stipendi dei laureati e quello dei diplomati. Allo stesso tempo i posti di lavoro nel settore manifatturiero sono scesi da 20 a 12 milioni nel periodo 1979-2016. Nonostante l’aumento della produttività, larga parte di extra ricchezza generata dalla globalizzazione è finita nelle mani di dirigenti e azionisti: nel 2014 gli amministratori delegati delle società guadagnavano 300 volte in più del lavoratore medio, contro le trenta volte di quindici anni prima.

Alla perdita di potere di acquisto si aggiunge un altro elemento assai importante: l’erosione della dignità del lavoro, che non può essere valutato solo nell’ottica economica in quanto è anche fonte di riconoscimento sociale.  Il modello economico e culturale, spinto da una forte componente meritocratica, ha diffuso la falsa idea che il contributo dato alla società si misuri in base al contributo economico di ciascuno. In un mercato quindi che premia molto più certe competenze e che distrugge un certo tipo di professionalità, l’idea di contare poco per la collettività, di sentirsi marginali rispetto agli altri ha portato a rabbia e risentimento sociale sfociati poi politicamente nel populismo e nell’elezione di Trump. Non a caso molti degli elettori del presidente americano sono privi di laurea, così come molti bianchi provenienti da gruppi sociali con tassi elevati di mortalità per suicidi, overdose di droga, alcolismo (anche depurando il dato dell’effetto reddito) a dimostrazione del disagio di questa categoria sociale.  A livello comunicativo è stato anche messo in evidenza come i personaggi delle classi lavoratrici presentati dai media, come Homer dei celeberrimi Simpsons, sono spesso ritratti come deboli e ottusi, un po’ buffoni, a differenza dei padri di famiglia dell’alta borghesia descritti più favorevolmente. Di fronte a questa doppia perdita, economica e di dignità di lavoro, questi gruppi sociali di bianchi hanno riversato il loro risentimento nei confronti delle minoranze di neri, donne, rifugiati e immigrati, quelli che la cosiddetta cultura woke ha cercato di tutelare, ora viste come meglio posizionate e favorite dalle élite al potere per raggiungere quel sogno americano a loro, invece, negato.

Anche la sinistra ha abbracciato un modello di accettazione di una globalizzazione e un liberismo spinto, una finanziarizzazione dell’economia a patto che la maggiore ricchezza creata venisse ridistribuita in maniera equa. Ma la rivolta populista ha messo in evidenza la fallacia di tale modello per due ragioni. Da un lato la giustizia redistributiva non c’è mai stata in maniera adeguata, come dimostrato dall’aumento delle diseguaglianze tra i più ricchi e i più poveri. Inoltre, il progetto redistributivo è stato anche frenato dal cresciuto aumento del potere del denaro in ambito politico, la “conquista oligarchica” delle istituzioni democratiche che non ha alcun interesse a redistribuire equamente le ricchezze accumulate (ricordiamo forse la famosa foto di Bezos, Zuckerberg, Musk in prima fila alla cerimonia di insediamento di Trump). Dall’altro lato il modello proposto premia i consumatori (quindi ben vengano le delocalizzazioni in Cina per ridurre il prezzo dei beni che poi vado ad acquistare) a scapito dei produttori (il mio lavoro viene trasferito ad altri) mentre è proprio la perdita del ruolo di produttori, che attraverso un lavoro dignitoso si definiscono come individui all’interno della società, a creare risentimento. Secondo Sandel c’è quindi la necessità di ripensare il lavoro in una visione civica, in cui il valore del suo contributo sociale non sia misurato in base al salario, in linea con una tradizione aristotelica che esprime la piena potenzialità dell’individuo nel poter coltivare al meglio le proprie virtù e capacità personali, quindi, detto in un linguaggio economico, individui in primis produttori e non consumatori.

Questo comporta, quindi, la necessità di ripensare il modello meritocratico in un’ ottica di maggiore democrazia e partecipazione alla vita pubblica. Una società giusta, quindi, non è quella che promette e forse permette di fare il salto nella scala sociale, non può essere l’unica soluzione la fuga da un gruppo sociale ad un altro. Una società più giusta, che non certo deve livellare i risultati dei singoli, è invece una nella quale anche coloro che non ottengono grandi ricchezze e posizioni di rilievo possano condurre una vita dignitosa, possano realizzare le proprie peculiarità e capacità individuali attraverso un lavoro che dia loro il giusto riconoscimento nella sfera sociale, possano avere accesso a possibilità di apprendimento culturale e di partecipazione alla vita pubblica.  Nell’epoca della pandemia si è evidenziato con forza quanto il valore del singolo alla comunità non sia legato alla sua retribuzione, ricordando alla società quanto il benessere collettivo dipenda dall’attività di infermieri, medici, commessi, autisti. In questo senso anche la frequentazione di spazi fisici comuni, di luoghi pubblici condivisi, tra cittadini di diverse estrazioni sociali e culturali è di ausilio al processo democratico in modo che gli individui imparino a negoziare e tollerare le proprie differenze e ridurre le tensioni sociali e al tempo spesso creando occasioni di arricchimento individuale.

Molto bella e che ben sintetizza quanto fin qui detto è la frase che Sandel riporta di un storico dell’economia, R.H. Tawney, che in un suo libro del 1931 intitolato Equality scrive: “Il benessere sociale dipende dalla coesione e dalla solidarietà. Implica l’esistenza non soltanto di opportunità di ascesa, ma di un livello di cultura generale e di un forte senso di interessi comuni. La felicità individuale non richiede soltanto che gli uomini siano liberi di elevarsi a nuove posizioni di agio e distinzione; richiede anche che siano in grado di condurre una vita di dignità e cultura, che si elevino o meno”

Riflessioni finali

Due riflessioni finali su quanto i concetti espressi da Sandel nel suo libro siano attuali e importanti.

In un recente articolo pubblicato su Repubblica dal titolo “Disagio giovanile, cosa devono fare le università per dare un futuro ai ragazzi” si fa riferimento al Manifesto degli studenti presentato in occasione del Festival di Salute tenutosi a Padova. I ragazzi non vogliono “un campus trasformato in un’agenzia di collocamento”, vogliono piuttosto un ateneo che fornisca gli strumenti per capire e trasformare il mondo del lavoro, non soltanto quindi uno stipendio ma una casa, “tempo per vivere, libertà di scegliere dove stare senza essere costretti a fuggire”. Già nel 2024 Emma Ruzzon, la rappresentante degli studenti dell’ Università di Padova, aveva messo in evidenza il malessere e il disagio che si respira nelle aule universitarie, che a volte sfocia anche in gesti estremi. Studenti stressati “da aspettative sociali e familiari asfissianti, una generazione di figli diventati lo specchio della famiglia nel mondo, bambini cui è chiesto di eccellere e distinguersi dai primi anni di scuola. Fai sport, fai musica, studia non perché ti faccia crescere ma perché devi vincere ovunque”.

Una seconda riflessione è legata allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e della robotica, ulteriormente potenziata dalla prima: grazie ai maggiori gradi di libertà di azione fornita dall’AI, i nuovi automi sono sempre più capaci di comportarsi come individui e di relazionarsi con i loro simili e di agire collettivamente (ad esempio uno sciame di droni). Questa nuova rivoluzione, così come hanno fatto la rivoluzione industriale del XVIII secolo o la nascita di internet nel secolo scorso, porterà a forti cambiamenti nella struttura economica e a catena sulle dinamiche di organizzazione politica e sociale. L’intelligenza artificiale è in grado di velocizzare i processi di ricerca nelle scienze, così come i processi produttivi industriali. I nuovi automi saranno sempre più in grado di supportare l’uomo nei lavori manuali ma allo stesso sostituirli in compiti sempre maggiori. Il forte aumento di produttività porterà ad un aumento di benessere e ricchezza a livello aggregato così come hanno fatto la globalizzazione e il commercio internazionale ma allo stesso tempo porterà alla distruzione di lavori e di modelli produttivi e alla creazione di nuove mansioni e modelli di sviluppo. Tuttavia, ancora una volta, ci sarà da chiedersi in che maniera tale ricchezza verrà redistribuita, quali saranno i vincitori e i vinti di tale rivoluzione, quali politiche sono necessarie da parte delle classi dirigenti per fare in modo che non si ripetano gli errori del passato. In tutto questo tenere a mente le riflessioni di Sandel può sicuramente tornare utile.

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