Più che Liberation day è stato il Capitulation day, quello delle borse mondiali. Siamo passati dalla promessa di Trump di una pace in Ucraina nel giro di 24 ore (o forse intendeva 24 giorni, settimane, mesi…?) ad una guerra commerciale dichiarata con un tabellone tariffario, basato su valutazioni economiche sballate, simile a quello dei numeri del gioco del Lotto o della tombola. Tra i paesi colpiti anche l’Isola Heard e le isole McDonald, due isole vulcaniche nell’Antartico, a 4000 km da Perth e abitate solo da pinguini. L’agenzia di rating Fitch ha stimato che l’impatto di questa “tombolata” è un aumento dei dazi medi effettivi imposti dagli Stati Uniti dal 2,5% attuale al 22%, un valore simile a quello del 1910. Il tutto ha scatenato il panico sul mercato finanziario che nella giornata di venerdì 5 aprile ha investito anche i titoli bancari per timori che la guerra commerciale impatti pesantemente la crescita mondiale fino a portare ad una recessione, finora scongiurata. È probabile, inoltre, che il settore finanziario, sebbene non sia direttamente impattato come quello manifatturiero dai dazi, sia stato oggetto di prese di profitto venendo da forti rialzi degli ultimi 2-3 anni. Gli analisti finanziari hanno già aumentato le probabilità di una recessione globale, ad esempio il Boston Consulting Group le indica al 40% nei prossimi 12 mesi, la banca d’affari JP Morgan al 60%, dal 40% precedente. C’è anche da considerare che negli ultimi anni la presenza sempre maggiore di algoritmi di negoziazione e di fondi passivi che devono ribilanciare le proprie posizioni in base all’andamento degli indici, aumenta il rischio di oscillazioni più ampie rispetto al passato. Non a caso il Vix, l’indice delle aspettative di volatilità sull’S&P500 è balzato da 21 punti del 3 aprile a quasi 44 del 4 aprile; basti pensare che il massimo valore raggiunto durante la crisi del Covid è stato 65. Cosa possiamo aspettarci adesso?
Reazioni nel resto del mondo
Fuori dagli Stati Uniti non si sta certo a guardare. Un elemento pericoloso della dichiarazione di guerra di Trump risiede nella minaccia di non rispondere con contro dazi altrimenti il rischio è che lui li alzi ulteriormente. La pronta risposta della Cina, che ha subito dichiarato dazi al 34%, di pari valore a quelli imposti sulle sue merci, offre già un’idea delle conseguenze. L’Europa sta prendendo tempo e sebbene alcuni contro dazi selettivi siano necessari come arma negoziale, l’indicazione di molti osservatori è invece quella di cercare di colpire il settore dei servizi americani e delle società tecnologiche presenti in Europa, penalizzare i flussi di investimento dei risparmi europei che contribuiscono a far salire le quotazioni delle aziende americane, diversificare il più possibile verso altri partner commerciali. Se da un lato, quindi, partirà un lungo braccio di ferro negoziale tra l’amministrazione Trump e il resto della comunità internazionale, la virata protezionistica americana produrrà un cambiamento strategico di lungo termine per molti paesi. Ne è un esempio l’accordo, annunciato già alcuni giorni prima dell’ufficializzazione dei dazi americani tra Cina, Corea del Sud e Giappone, mirato ad incrementare tra di loro la collaborazione commerciale, accelerando su negoziati di libero scambio, nonostante i rapporti diplomatici tra i paesi non siano idilliaci. Se il grande nemico è la Cina, dare un assist ai cinesi per avvicinarsi a quelli che sono partner commerciali e militari storici quali Giappone e Corea del Sud non sembra essere affatto un punto a favore di Trump. Le dichiarazioni del primo ministro inglese e canadese, paesi di cultura anglosassone e storicamente fortemente legati agli USA, sul fatto che il mondo per come lo abbiamo conosciuto dalla fine II Guerra Mondiale non esiste più (personalmente spero solo per i prossimi 4 anni, facendo affidamento ad un nuovo presidente statunitense più moderato in futuro) confermano la necessità di una revisione strategica delle relazioni commerciali e politiche internazionali e sono ovviamente fonte di preoccupazione.
In US we trust
Sul retro delle banconote da un dollaro americano è riportata la frase “In God we trust”, ossia affidiamoci a Dio. Parafrasando, direi in US we trust, facciamo affidamento sugli Stati Uniti, non sulla sua amministrazione bensì sul resto della popolazione americana, delle sue istituzioni, della sua parte migliore e, paradossalmente, di quella egoistica ed avida. Secondo i dati più recenti, circa il 43% del patrimonio personale finanziario degli statunitensi è detenuto in azioni. Un sondaggio di Gallup del 2024 indicava che il 62% degli americani detiene azioni, con percentuali dell’87% per i benestanti, il 65% per la classe media, e il 25% per i meno abbienti.

Molte azioni sono detenute attraverso in piani pensionistici americani e rappresentano la principale risorsa a cui attingere nel periodo di vecchiaia in mancanza di una pensione pubblica sufficiente e di un servizio sanitario universale come nei paesi europei. Allo stesso tempo, la forte propensione all’indebitamento e ai consumi del cittadino medio americano (quasi il 70% del PIL americano è dovuto ai consumi interni) è sostenuta dall’effetto ricchezza del proprio patrimonio finanziario che in questi anni è cresciuto grazie alle performance molto positive dei mercati azionari. Una guerra commerciale voluta da un presidente americano che vada ad impoverire il cittadino su due fronti, da un lato un aumento di prezzi legato ai dazi, dall’altro una riduzione della propria ricchezza effettiva e percepita, non può che creare malumori, la cui entità è direttamente proporzionale ai cali dell’indice azionario. Allo stesso tempo gli stessi supermiliardari americani, veloci a salire sul carro del vincitore presidenziale, non possono che aumentare il loro malcontento di fronte alla minaccia di una forte riduzione del valore delle loro partecipazioni quotate. Non a caso, nel weekend, i senatori repubblicani si sono affrettati ad approvare un quadro finanziario decennale che includa riduzioni fiscali per circa 5 trilioni di dollari con 51 voti a favore e 48 contrari, con 2 senatori repubblicani che hanno votato contro le indicazioni di partito. C’è chiara la necessità dell’amministrazione Trump di mantenere le promesse elettorali e di dare la carota oltre al bastone al fine di contenere il malcontento che potrebbe diventare eccessivo. Sabato, in molte città degli Stati Uniti, si sono tenute molte manifestazioni di protesta contro Trump. Secondo alcune indiscrezioni di stampa il segretario al Tesoro Scott Bessent starebbe pensando a dimissioni dopo la debacle borsitica di questi giorni. Già qualche giorno fa era circolata la voce, poi smentita dalla Casa Bianca, che Musk avrebbe lasciato il suo incarico pubblico a maggio. Insomma, appare evidente che i malumori sono crescenti nella società e soprattutto nei portafogli di molti americani per cui la speranza, la cui grandezza è direttamente proporzionale alla discesa dell’S&P500, è che venga proprio dall’interno un meccanismo di moderazione alla presidenza Trump.
Statistiche e previsioni
Come correttamente ipotizzato nel mio articolo del 17 marzo un possibile punto di arrivo del movimento di discesa era in area 5200-5000; la chiusura di venerdì è stata a 5074 punti. In un certo senso la correzione è salutare, in quanto le valutazioni della borsa americana (come ricordato nell’articolo di novembre 2024) erano eccessive. Desta invece preoccupazione la velocità con cui questo è accaduto e soprattutto, come detto fin qui, le motivazioni che hanno portato a questo e i possibili sviluppi futuri.
Sono andato ad analizzare tutte le situazioni (a partire dal 1950) in cui ci sia stato un calo mensile sull’S&P500 vicino al 6% e in cui nel mese precedente sia stato realizzato un massimo degli ultimi 2 anni. Come si evince dalla tabella, il mercato tende a ripartire in senso rialzista abbastanza velocemente, in quanto nel giro di due mesi al massimo, fa nuovi minimi con una variazione dalla chiusura del mese in considerazione in media di meno del 5%. Se consideriamo anche la variazione tra i massimi dei 24 mesi prima e i minimi prima della ripartenza la variazione è in media (con la mediana molto simile) del 18%, con punte fino al 28% come nel caso del Covid del 2020. Al momento la variazione tra chiusura di marzo e attuale minimo è quasi vicina al 10%, il doppio della media e comunque ancora minore rispetto al caso più estremo del 2018. La distanza rispetto ai massimi è del 17,5%, vicino alla media in questo caso e comunque minore del caso estremo del -28% durante lo scoppio della pandemia del 2020. Anche se l’indice dovesse scendere intorno a 4800 punti, avremmo una variazione dai massimi vicina al 21% e una variazione dalla chiusura del mese intorno al 14%, vicina al caso estremo del 2018.

In sintesi: il movimento ribassista ha già raggiunto un primo livello target interessante intorno ai 5000 punti e da qui potrebbe già partire una prima reazione. In ogni caso il livello chiave rimane 4800, dove troviamo i massimi relativi di gennaio 2022 e la trend line rialzista partita dal 2020. L’area quindi tra i prezzi attuali e 4800 rappresenta già un’opportunità di acquisto. Solo la rottura al ribasso dei 4800 aprirebbe, da un punto di vista tecnico, potenziali ribassi assai più ampi, ma su questo è necessario attendere l’evoluzione della possibile guerra commerciale in atto.

Anche considerando l’ipotesi recessione, un’altra statistica ci viene in aiuto. Dal dopoguerra in poi, in caso di recessioni, ci si può attendere, in media, una discesa dai massimi intorno al 25%, stimata in questo caso intorno ai 4600 punti, a testimonianza di come valori intorno ai 4800-4600 siano chiave per capire se si possa essere davanti ad una correzione del mercato anche marcata ma che rientra nella “normalità” delle dinamiche finanziarie oppure ci si trovi davanti a un evento più raro e maggiormente impattante, simile alle crisi inflazionistiche degli anni ’70, alla tech bubble del 2020 o alla crisi finanziaria del 2008, con cali superiori al 40% dai massimi. Insomma la variabile Trump è ancora una X da definire (come il nome del social del suo caro amico Musk).

Conclusioni
Obbligazioni: già a prezzi interessanti come ricordato in marzo, non sorprende che possano ben performare in caso di uscita dall’azionario e reinvestimento dei flussi su quello che è solitamente il safe heaven nei momenti di turbolenza. Maggiori rischi di recessione aumentano la probabilità di maggiori tagli da parte delle banche centrali, anche se nel caso della Fed la politica diventa più ambigua se invece i dazi comportassero un aumento stabile delle aspettative d’inflazione. Da preferire scadenze sul medio periodo (per mitigare un rischio di ritorno inflattivo) e governativi europei in quanto il dollaro potrebbe continuare ad indebolirsi (obiettivo anche di Trump che vuole un riequilibrio commerciale e ha chiesto alla Fed di tagliare i tassi)
Azionario: come abbiano visto, tutta la fascia di prezzo dalle attuali valutazioni fino a 4600 rappresenta già un’opportunità di acquisto interessante sia da un punto di vista tecnico che in caso di recessione. Per chi ha una minore propensione al rischio il settore utility è quello da preferire, soprattutto nel caso di recessione e tagli aggressivi dei tassi di interesse. In attesa di nuovi elementi e colpi di scena che non mancheranno nei prossimi giorni e settimane, in God we trust.