INVESTIRE IN CINA: POSSIBILI RISCHI E COME EVITARLI

È indubbio che la Cina rivestirà un ruolo sempre maggiore nell’economia mondiale e negli equilibri geopolitici futuri. In un precedente articolo del 20 Marzo avevo analizzato le motivazioni dietro le interessanti opportunità di investimento in Cina, spaziando dalle iniziative della Silk e Belt Road alla creazione della Regional Comprehensive Economic Partenership con alcuni paesi dell’area pacifica, dal possibile sorpasso del PIL USA nel giro di un decennio al crescente peso del mercato azionario cinese negli indici internazionali, dagli importanti tassi di crescita dei consumi interni ai crescenti investimenti in ricerca e sviluppo e nei settori strategici delle rinnovabili, dell’intelligenza artificiale, della robotica.

Il paese, tuttavia, presenta delle criticità all’interno del suo modello di sviluppo economico che devono essere ben comprese da un potenziale investitore al fine di ridurre il più possibile e gestire nella maniera migliore i rischi concernenti un investimento.

In un report del dicembre 2020 il FMI, oltre a sottolineare come sia necessario un ribilanciamento dell’economia cinese verso i consumi e come la ripresa economica sia stata guidata prevalentemente dal supporto pubblico e non ancora a sufficienza dai consumi, individua alcune aree critiche quali una riforma del sistema bancario e i suoi legami con le società statali, la leva del debito e i rischi legati al settore immobiliare. Durante la pandemia l’eccezionale supporto finanziario messo in campo ha evitato un potenziale credit crunch ma, allo stesso tempo, ha contributo ad aumentare l’elevato debito corporate (stimato al 127% del PIL, un valore eccessivo se misurato su standard internazionali) e aggravato i problemi strutturali di quelle società, anche statali, con bassa produttività ed efficienza (le società statali mostrano un gap di produttività del 20% rispetto a quelle private), particolarmente in settori ad alta intensità di capitale e con eccesso di capacità produttiva. In particolare le tante piccole banche, già sottocapitalizzate prima della pandemia, si ritrovano attualmente nei bilanci ulteriori crediti deteriorati legati all’aumento dei prestiti corporate. Nel settore immobiliare gli operatori operano con un’alta leva finanziaria unita a una forte esposizione al debito estero attraverso emissioni obbligazionarie in USD a fine 2019.

Sulla stessa linea anche l’analisi, datata settembre 2020, del Center for Strategic and International Studies, un think tank statunitense, che sottolinea i rischi del mercato cinese relativi a una correzione del mercato immobiliare, a un default su debiti corporate e al peso del settore bancario che ha raggiunto asset totali di 44 trilioni di USD, quattro volte il valore post crisi finanziaria del 2008, mostrando una crescita che non ha precedenti nella storia di un paese in tempi recenti e rappresentando il più grande sistema bancario al mondo all’interno di un singolo paese.

Nonostante la Cina, soprattutto per la sua struttura politica, possa utilizzare strumenti per evitare una crisi finanziaria che altri paesi non possiedono, vi sono settori, come quello immobiliare che presenta caratteristiche (un ampio numero di operatori, dipendenza da finanziamenti esterni ecc.) dove questi strumenti potrebbero essere meno efficaci. Gli immobili costituiscono la larga parte della ricchezza delle famiglie cinesi (tra il 60-80%) e i loro prezzi sono cresciuti in maniera ininterrotta dalla liberalizzazione del settore nel 1998. Il comparto mostra segnali di disequilibrio: i valori dei nuovi progetti sono al massimo storico mentre le vendite degli spazi sono diminuite negli ultimi anni, il tutto condito da tassi di proprietà immobiliare già elevati, intorno all’80%. È possibile stimare che, agli attuali tassi di crescita, la domanda di nuove abitazioni nel prossimo decennio sarà soddisfatta nel giro di 3 anni, un segno che il mercato sembra più guidato da una fiducia in un continuo aumento dei prezzi, piuttosto che dai suoi fondamentali.

Goldman Sachs ha stimato che il valore del mercato immobiliare cinese abbia raggiunto 52 trilioni di USD a fine 2019, circa 3,7 volte il PIL del paese (al picco della bolla immobiliare giapponese il valore era tra 4 e 5). È chiaro che in un mercato di tale entità, se dovesse deteriorarsi la fiducia nel settore, a fronte di una correzione dei prezzi difficilmente l’autorità centrale potrebbe intervenire con efficacia. Le autorità cinesi sembrano porre ora maggiore attenzione a questi rischi: nel dicembre 2020, infatti, la PBOC è corsa ai ripari ponendo limiti nei bilanci delle principali banche al peso dei prestiti legati al settore immobiliare sul totale dei prestiti totali: circa il 40% per le principali banche, con alcuni piccoli aggiustamenti per quelle di minori dimensioni. Già nel giugno 2020 sia la China Construction Bank Corp sia la Bank of China presentavano valori vicini al 39%.

L’analisi delle opportunità di investimento nel paese deve essere quindi abbinata a una corretta ponderazione dei rischi e delle criticità presenti in alcuni settori dell’economia cinese. A tal fine è opportuno farsi guidare da validi consulenti nella scelta dei migliori strumenti di investimento. In questo senso assai interessante è il nuovo fondo target lanciato da Fineco Asset Management che permette un’entrata graduale nel mercato cinese attraverso un piano di decumulo programmato nell’arco di 5 anni e allo stesso tempo fornisce una remunerazione fissa del 2% sulla liquidità detenuta all’interno del fondo e in attesa di essere investita sull’orizzonte temporale previsto.