IL RALLY AZIONARIO QUANTO DURERÀ ANCORA?

Il principale indice americano del mercato azionario, l’S&P500, sembra sfidare la gravità e continua il suo trend di crescita. Nel lungo termine il mercato azionario rappresenta uno dei migliori investimenti finanziari possibili e non è difficile capirne la motivazione anche senza avere grandi nozioni di finanza: oggettivamente si punta sulla crescita e sviluppo del mondo e della sua civiltà, cosa storicamente vera ma ancora più vera in un’epoca di relativa pace mondiale, che favorisce gli investimenti su attività civili, e di capitalismo dominante. Tuttavia, è indubitabile che vi siano periodi migliori rispetto ad altri per fare acquisti, così come avviene nel caso delle promozioni di acquisto presso i centri commerciali. Proviamo quindi a capire se questa fase di mercato può rappresentare un periodo di saldi o meno.

I prezzi e le politiche di Trump

Partiamo dai prezzi. Il grafico sottostante mostra come l’ultima correzione importante dai massimi, ossia pari o superiore al 10%, si sia verificata poco più di un anno fa, ovvero ottobre 2023.

Proprio in un mio articolo di dicembre 2023 riportavo una tabella in cui si indicava come, in media, ci si possa attendere una correzione di almeno tale livello una volta l’anno. In agosto di quest’anno c’è stata una correzione importante, vicina al 9%, che tuttavia non può rientrare in questa statistica. Nello stesso articolo ricordavo come storicamente le recessioni avvengono dopo che la Fed inizia a tagliare i tassi, cosa che è avvenuta nel settembre 2024. Da allora l’indice americano è salito di circa il 6%, portandosi ai massimi storici. La metà circa del rialzo è derivata dall’entusiasmo degli operatori per l’elezione di Trump, storicamente favorevole a minori tasse e quindi maggiori profitti per le imprese. Sul piano economico le indicazioni elettorali del neo presidente dovrebbero aumentare il deficit fiscale a causa di minori introiti tributari, difficilmente bilanciabili con i dazi o i tagli alla spesa pubblica che Trump vorrebbe implementare. Paradossalmente la probabile politica protezionistica comporterebbe un aumento dei prezzi interni sulle merci estere spingendo al rialzo l’inflazione (il premio inflattivo di Trump potrebbe oscillare tra lo 0,4-0,8% secondo la casa di investimento Algebris), proprio quella inflazione di cui sono preoccupati molti elettori americani che hanno penalizzato l’amministrazione Biden e votato, oltre le previsioni, per Trump. Attualmente la core inflation negli Stati Uniti si attesta al 2,7% e le stime per i prossimi 12 mesi sono nel range 2,5-3%, comunque sopra il target della Fed del 2,3%. L’ipotesi di recessione, data per molto probabile a inizio 2023 per i successivi 12 mesi, non è all’ordine del giorno. Il focus principale rimane sull’aumento del protezionismo a livello mondiale e probabili guerre commerciali, lo scarso effetto degli stimoli fiscali per il mercato interno cinese, gli effetti inflazionistici e di deficit fiscale delle politiche immigratorie e tariffarie di Trump, almeno sulla carta.

Le valutazioni

Un interessante grafico di Bofa mostra la correlazione storica tra le valutazioni del mercato azionario, espresse come rapporto tra prezzi e utili normalizzati (un po’ come calcolare il prezzo al metro quadro quando si compra un immobile) e i rendimenti storici nei 10 anni successivi. La correlazione è negativa, ad indicare che comprando in una fase storica con valutazioni elevate l’apprezzamento successivo è ridotto, mentre comprando in fasi di sconto, i rendimenti futuri sono maggiori.

Alle attuali valutazioni, per prossimo decennio si stima un rendimento dell’1-2% annuo mentre si salirebbe ad un 4-5% su un indice equal-weighted, ossia dove il peso di ciascuna delle 500 società dell’ indice è uguale. Questo significa che ci sono poche società cresciute tantissimo a dispetto di molte altre e il cui apprezzamento è rimasto indietro e che mostrano, su base valutativa, maggiori potenzialità di rialzo nei prossimi anni. Non a caso, la concentrazione del valore di mercato delle 10 principali società ha raggiunto livelli record, rappresentando il 34% dell’intero indice.

Warren Buffett

Un altro segno di valutazioni sicuramente non a buon mercato potrebbe arrivare dalle ultime attività di disinvestimento di Warren Buffett, il più grande investitore al mondo, che negli ultimi giorni ha continuato a vendere quella che per tanti anni ha rappresentato la principale posizione del suo portafoglio, Apple, (Buffett non è uno che ama tanto la diversificazione…), portando la liquidità della sua società, la Berskshire, a circa 325 miliardi di dollari, il più alto livello dagli anni ‘90. Questa mossa ha accesso speculazioni sulle sue reali intenzioni: chi ritiene possa pensare a una grande acquisizione, chi invece fa presente come, dati ancora gli elevati tassi d’interesse sul breve periodo, ha preferito vendere titoli i cui prezzi non giustificano più i profitti futuri e prepararsi per acquisti più a buon mercato, parcheggiando la liquidità con un’ottima remunerazione. Da notare come Buffet abbia incrementato negli ultimi mesi la sua posizione nella società petrolifera Occidental Petroleum oltre a mantenere una posizione importante in Chevron. E’ assai probabile che le politiche di Trump favoriranno una maggiore produzione petrolifera negli Stati Uniti. L’oracolo di Omaha, come viene soprannominato Buffett, forse aveva già capito chi avrebbe vinto le elezioni?

Conclusioni

La componente azionaria rimane un’importante elemento che dovrebbe essere sempre presente, con percentuali variabili in base al proprio profilo di rischio, per ciascun investitore. Tuttavia, le valutazioni attuali sembrano essere elevate se comparate con le medie storiche e suggeriscono di non incrementare al momento il peso dell’azionario in generale.  In ogni caso, delle opportunità potrebbero esserci in specifici settori, quali il petrolifero americano, il settore della cybersecurity, il mercato cinese che presenta valutazioni storicamente più interessanti, anche se attualmente penalizzato dalla crisi del settore immobiliare e di debolezza della domanda interna, oltre ad un rischio geopolitico relativo alle politiche protezionistiche americane e le tensioni in prospettiva su Taiwan.

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