I ROBOT CI RUBANO IL LAVORO O CI DARANNO DA MANGIARE? PARTE II

Nel precedente articolo del 14 gennaio avevamo affrontato l’arrivo della rivoluzione robotica nei prossimi anni. Quali conseguenze sociali, culturali, economiche ed infine politiche possiamo immaginare?

Umanità ed educazione sono le due parole chiave, a mio parere, che potranno fare la differenza. Cosa voglio dire? Se fossi costretto a fare a gara con un robot e mi fosse chiesto di scegliere su che piano sfidarlo a cosa penserei per batterlo? Se scegliessi la forza o la resistenza sarei un folle; lo sarei anche in una sfida sulla memoria in quanto le sue RAM sarebbero molto più efficienti dei miei fallaci ricordi. Lo vorrei invece sfidare sull’umanità, sulla capacità di comprendere le persone, sulla capacità di empatizzare con il prossimo, sull’essere spiritosi per esempio. Oppure lo sfiderei a parlarmi di filosofia, a spiegarmi come la storia di ieri mi permette di dare un giudizio sul mondo di oggi e quindi a cercare di migliorarlo.

Credo quindi che quanto più i lavori necessiteranno di umanità, educazione umanistica o professionale altamente specializzata, tanto più saranno a riparo dall’invasione dei robot.

Questo però comporta che a rischiare maggiormente saranno coloro che nel mondo del lavoro tendenzialmente possono offrire solo 2 braccia (facilmente rimpiazzabili da robot) e non molto più, quindi la classe operaia non specializzata così come l’immigrazione con bassa scolarizzazione. Se questi rischiano maggiormente, come abbiamo visto, anche per chi ha un livello di educazione più elevato, diventerà sempre più difficile vincere la sfida con i robot sui lavori tradizionali e quindi sarà necessario per loro reinventarsi su nuovi ma avendo comunque una base educativa in grado di facilitare questo passaggio.

Di fronte a questo la politica e la società cosa possono e devono fare?

Due le strade necessarie a mio parere: la prima storica e già utilizzata a vario grado e la seconda innovativa e forse utopistica ma da valutare con attenzione.

La prima è educazione e formazione. Solo specializzandosi, formando la forza lavoro ed innovando è possibile competere nei confronti non solo di una concorrenza tradizionale fatta dai paesi a basso costo della manodopera ma anche nei confronti della futura concorrenza dei robot. Del resto lo hanno capito bene anche molti paesi in via di sviluppo come l’India che sforna milioni di ingegneri ed esperti informatici. I modelli economici classici ci spiegano che lo sviluppo è dato da tre fattori, capitale, lavoro e tecnologia (in senso lato). Migliori sistemi scolastici, universitari, formativi e di ricerca permettono di aumentare la componente tecnologica e quindi aumentare la ricchezza per una collettività.

La seconda è il reddito di cittadinanza. Un reddito non legato quindi al lavoro ma che semplicemente permetta una redistribuzione del reddito da dove viene prodotto a dove invece manca o viene distrutto. Lasciando da parte qualsiasi riferimento a movimenti politici (che qui non sto a discutere in quanto non è la sede) faccio notare che è già partito in Finlandia un primo esperimento su 2000 persone, sorteggiate a caso. Anche in Friuli la regione ha approvato una legge regionale che prevede un reddito di cittadinanza per 10,000 persone.

Vedremo quali saranno i risultati di queste sperimentazioni ma l’idea di fondo è che, a mio parere, si debba andare oltre questo modello che è pur sempre un inizio necessario ed anche civile: sei i robot diventeranno i nuovi schiavi dell’umanità, un modello di reddito di cittadinanza sarà praticamente necessario in quanto la gran parte della produzione umana verrà svolta da questi nuovi schiavi. Alle persone incapaci di svolgere un nuovo lavoro dovrebbe comunque essere chiesto di continuare a formarsi in qualche maniera, magari semplicemente seguendo proprie inclinazioni personali. Un mondo Ovidiano, in cui l’otium non è il padre dei vizi ma una condizione necessaria per alcune fasce di popolazione non in grado di entrare in un mondo del lavoro altamente sofisticato ma comunque sostenute finanziariamente dal lavoro dei robot della collettività e comunque partecipi alla vita sociale tramite formazione e sviluppo delle proprie inclinazioni personali.

Ovvio che una trasformazione del genere, qualora ci fosse, richiederà decenni e sarà proprio nel passaggio da un modello di produzione diciamo umana ad una robotica che avremo i maggiori disagi in quanto le perdite dei lavori tradizionali non verranno rimpiazzate altrettanto velocemente dai nuovi lavori o da un modello sociale che fornisca semplicemente reddito a chi non può averlo e a cui non puoi fornire nemmeno un lavoro per generarlo.

Una cosa è certa: il settore della robotica, come quello delle energie rinnovabili ad esempio, sarà un settore in forte espansione nel futuro.  Vale la pena metterci dei soldi da investitori e dedicarci molta attenzione da parte di cittadini e governanti!