I PERICOLI DEGLI ETF: MEGLIO LA GESTIONE ATTIVA? – PARTE I

Negli ultimi anni c’è stata una forte crescita degli ETF e degli ETC/ETN, ovvero fondi e strumenti finanziari a gestione passiva.  Il principale vantaggio di tali strumenti, oltre a fornire un più ampio accesso a classi e tematiche d’investimento, è legato al minore costo di gestione non essendoci un lavoro di analisti e fund manager nell’attenta selezione dei titoli ma una replica automatica dei sottostanti dell’indice che si vuole replicare. La popolarità è cresciuta nel tempo poiché, come indicano molti studi, la gran parte dei fondi a gestione attiva non è in grado di battere il proprio benchmark (vedremo come tuttavia queste statistiche devono essere lette ed interpretate con la dovuta cautela). La domanda dell’investitore è semplice: perché avere un costo certo in più (maggiori commissioni) a fronte di una maggiore probabilità di guadagnare meno (sottoperformance)?

La risposta è che un’attenta selezione dei fondi attivi non solo produce maggiore rendimento rispetto al mercato o benchmark di riferimento ma evita anche alcune situazioni di pericolo o, diciamo, di larga inefficienza degli ETF, in particolare nelle situazioni di mercato in cui si cerca maggiore protezione da discese e minore volatilità.

Alcuni esempi in questi mesi mostrano quanto gli ETF possano essere inadeguati in certe situazioni. Il recente crollo del petrolio e addirittura una scadenza future sul WTI andata in negativo hanno completamento sballato la capacità di seguire il prezzo del petrolio da parte dello US Oil Fund, uno dei più grandi ETF al mondo sul petrolio, proprio in quanto le logiche automatiche con cui era stato costruito (cambiate successivamente) si sono rivelate fallimentari e pericolose per gli investitori che cercavano di scommettere su una ripresa delle quotazioni. In una simile circostanza è stato molto più efficiente e meno rischioso acquistare un fondo a gestione attiva che investisse in società petrolifere (ad esempio il Blackrock World Energy fund).

Sempre negli scorsi mesi, durante le fasi di forte volatilità e riduzione della liquidità sul mercato, si è assistito al problema della dislocation price sugli ETF, cioè un’inusuale divergenza tra il prezzo di quotazione dell’ETF e il NAV, cioè il valore dei sottostanti. L’effetto può essere anche inverso, cioè la volatilità dei sottostanti viene amplificata in maniera inefficiente da problemi microstrutturali o frizioni di trading presenti nell’operatività degli ETF. Questo, insieme alla mancanza di costi di entrata ed uscita dal mercato e l’ampia diffusione del trading algoritmo rischia di amplificare i movimenti di mercato (si ricordi il flash crash avvenuto nel maggio 2010) nelle fasi di maggiore incertezza.

Un altro problema degli ETF o ETC è l’uso della leva, cioè la possibilità che il prezzo dello strumento si muova di un multiplo prestabilito rispetto all’indice che cerca di replicare. Ad esempio se il mercato sale del 2%, uno strumento a leva 2 dovrebbe salire del 4%. Tuttavia il fatto che le variazioni si calcolano in percentuale sul valore della posizione che cambia a seconda di quanto e come si è mosso il mercato, può comportare che, con il passare dei giorni, ci sia un crescente disallineamento tra la performance dello strumento e quella dell’indice di riferimento, il cosiddetto effetto compounding. Lo si capisce bene quando si considera che se ho perso il 50% su un investimento, anche se dopo ottengo un 50% di rialzo non ho recuperato la perdita, che infatti sarebbe azzerata solo facendo un 100%. Questo fenomeno non avviene se si usa un derivato classico, un future o magari un CFD, strumenti che quindi risultano molto più efficienti da utilizzare soprattutto in un’ottica di copertura dei portafogli nel medio lungo termine.

L’uso degli ETF senza un criterio di selezione crea anche il rischio di diminuire anziché aumentare la diversificazione dei propri investimenti. Alcuni indici azionari nazionali sono sbilanciati verso particolari settori: l’indice azionario in Russia, ad esempio, è sbilanciato verso le società petrolifere, quello in Svizzera verso società farmaceutiche mentre il FTSEMIB in Italia verso titoli finanziari. Un investimento non oculato su un paese o insieme di paesi solo tramite ETF può generare una limitata e non efficiente diversificazione rispetto ad un fondo a gestione attiva.

Infine, un’altra criticità degli ETF non di minore importanza ma spesso non sottolineata a sufficienza, è legata ad aspetti di finanza comportamentale. Essendo negoziabili più facilmente, più velocemente e senza costi di ingresso per il singolo investitore rispetto ai fondi a gestione attiva solitamente consigliati da un consulente, c’è un maggiore rischio di una gestione emotiva e quindi irrazionale e poco efficace ed efficiente da parte dell’investitore fai-da-te.

Per non dilungarmi troppo, ho preferito dividere l’analisi in due articoli. Dopo avere visto, sin qui, alcuni rischi e inefficienze degli ETF, nel prossimo valuteremo i rendimenti di tali strumenti rispetto ai fondi a gestione attiva per arrivare a delle conclusioni. Stay tuned!