DEFICIT E DEBITO PUBBLICO FUORI CONTROLLO GENERANO NUOVE TASSE

In una nota di qualche giorno fa JP Morgan aveva ipotizzato un possibile spread a 300 punti con deficit al 2.4%. Ci siamo quasi e sicuramente qualche BTP a breve scadenza o fondi che investono prevalentemente sul debito italiano diventano allettanti a queste condizioni. Vedremo nei prossimi giorni l’evolversi del mercato e maggiori dettagli sulla manovra.

Tuttavia vorrei parlare del debito pubblico, che ha raggiunto i 2.350 miliardi di euro, e quali conseguenze potrebbe portare direttamente per i risparmiatori e in cittadini se non fosse affrontato con una seria politica. Lo diciamo subito: nuove tasse! Il vero problema del debito non è il suo valore assoluto ma quanto il suo costo incide sull’economia italiana. Il Tesoro italiano paga circa 70 miliardi di interessi sul debito ai suoi detentori. Questo significa che una parte di tali interessi (che lo stato finanzia tramite il prelievo fiscale) ritorna ai cittadini detentori di titoli di stato quali BOT o CCT. Tuttavia una parte del debito pubblico (meno del 40%) è detenuto da investitori stranieri quindi una fetta di queste risorse lascia comunque il sistema Italia. Poter ridurre gli interessi sul debito libererebbe risorse aggiuntive da poter investire in crescita occupazionale e politiche sociali. Come può essere raggiunto questo obiettivo e come i decisori politici si sono mossi in questi anni ?

Una prima modalità è tramite la crescita: un PIL in crescita significa maggiori entrate che possono essere impiegate per ridurre l’ammontare totale del debito via via nel tempo. Tuttavia la crescita economica è il risultato anni di corrette politiche economiche, richiede quindi del tempo per manifestarsi e le stesse risorse aggiuntive che si cercano per stimolarla le si vorrebbe proprio dalla riduzione del debito. Insomma un cane che si morde la coda. L’Italia, nell’ultimo decennio, ha mostrato tassi di crescita più bassi rispetto alla sua storia e soprattutto a molti paesi nel mondo e quindi una soluzione di riduzione del debito basata solo su quest’approccio, benché auspicabile, richiederà molti anni.

Negli ultimi anni una soluzione più rapida è stata invece offerta da un fattore esterno all’Italia e alle sue politiche economiche, vale a dire dalla politica di riduzione dei tassi di interesse voluta dalla Banca Centrale Europea. Tuttavia si tratta di condizioni eccezionali che difficilmente saranno presenti ancora a lungo e che quindi rappresentano solo un’opportunità contingente da sfruttare per adottare soluzioni maggiormente sostenibili nel tempo.

Storicamente molti dei debiti pubblici accumulati dagli stati sono stati “ridotti” attraverso l’inflazione. Infatti se l’inflazione sale, il debito che è un valore nominale “scende”: per capirci se ho un debito di 500 euro e uno stipendio di 500 e, a causa dell’inflazione, il mio stipendio aumenta nel tempo, per esempio a 1000 euro, il mio debito passa dal 100% del mio stipendio alla metà. Il controllo dell’inflazione è un obiettivo chiave per la BCE e Draghi sta facendo di tutto per portarla al livello considerato ottimale di circa il 2% annuo ammonendo in continuazione sui rischi di una situazione deflattiva. L’inflazione attualmente sembra essere cresciuta sia livello Italia che Europa con le ultime rilevazioni vicine al 2% anche se esistono fenomeni globali, come le innovazioni tecnologiche o l’ accesso a mano d’opera a basso costo di altri paesi, che contribuiscono ad mantenere bassi livelli inflattivi in generale.

Una delle più classiche soluzioni di riduzione del debito, in condizioni di crescita economica debole o negativa (in pratica quello che è successo in Italia negli ultimi anni) è l’aumento delle tasse e/o la riduzione della spesa pubblica, in pratica aumentando l’avanzo primario (soluzione auspicata da Cottarelli che sembra aver dato dei frutti in altri paesi ad alto debito). Tuttavia queste soluzioni, da un lato sono politicamente e socialmente molto difficili da implementare e allo stesso tempo impattano ulteriormente in maniera negativa sulla crescita economica: maggiore pressione fiscale e minore spesa pubblica sono infatti politiche economiche restrittive che riducono la crescita ulteriormente. Anche in questo caso un cane che si morde la coda. L’attuale politica economica del governo sta puntando a politiche espansive, cioè taglio delle tasse e aumento di sussidi, però finanziate da ulteriore debito. Nella migliore delle ipotesi questo aumenterà la crescita e quindi migliorerà il rapporto debito/PIL ma non potrà ridurre lo stock di debito e quindi gli interessi che drenano risorse.

Un’ulteriore soluzione, questa ancora più difficile da far passare politicamente, sarebbe una consistente vendita di beni pubblici. Le piccole privatizzazioni degli ultimi anni sono state incoraggianti ma nulla rispetto allo stock di quasi 2.300 miliardi di debito. Servirebbe una vendita di asset per almeno 500-600 miliardi (tecnicamente conferendo beni statali in una società che poi potrebbe vendere, sotto forma di azioni, le quote societarie a vari investitori, italiani e non) per risparmiare magari 15-20 miliardi di interessi da convogliare su investimenti per favorire la crescita economica. Difficile si arrivi ad una soluzione simile se non in condizioni estreme di difficoltà.

E per finire, si potrebbe arrivare, e storicamente è già accaduto anche se non in maniera traumatica, ad una mega patrimoniale sui conti correnti (ricordiamo la manovra del governo Amato con il prelievo del 6 per mille una tantum su tutti i conti correnti nel 1992 oppure la mini patrimoniale, attualmente del 2 per mille, su quasi tutti gli asset finanziari introdotta dal governo Monti del 2011) e beni immobiliari (ricordiamo la reintroduzione dell’IMU da parte del governo Monti nel 2011 per fronteggiare lo spread a 600 punti).

In sintesi: le politiche di quantitative easing (tassi di interesse a zero) degli ultimi anni in Europa sembrano volgere al termine. Se l’inflazione e la crescita economica in Italia non fossero sufficienti, l’Italia correrebbe il serio rischio di dover prendere in considerazione, oltre ai classici aumenti di imposte e tagli alla spesa (cioè una manovra contraria rispetto a quella appena annunciata), una mega vendita di beni pubblici o nuove patrimoniali per poter fronteggiare il rischio di un debito fuori controllo!