CONSEGUENZE SULLE SCELTE DI INVESTIMENTO DELL’ ASSALTO AL PARLAMENTO AMERICANO

La Befana ci ha regalato uno spettacolo che non avremmo voluto vedere e soprattutto non avrebbero voluto vedere i cittadini americani: la profanazione di Capitol Hill. Al di là delle ovvie considerazioni sulla (voluta?) carenza dei servizi di sicurezza e sulla inadeguatezza di Trump come presidente, le domande che mi pongo sono due: 1) quanto abbiamo visto è il sintomo di un problema della società americana relativo alle eccessive diseguaglianze sociali ed economiche esacerbate anche dalla pandemia in corso? 2) come eventuali soluzioni a queste problematiche possono impattare sui mercati finanziari e quindi sulle scelte di investimento?

Secondo un sondaggio di Yougov il 45% degli intervistati americani repubblicani appoggiava l’assalto a Capitol Hill, contro il 96% dei democratici dichiaratosi contrario. Tra gli indipendenti il 21% era a favore.

Se, da un lato, quel 45% (ma in parte anche quel 21%) rispecchia la forte presa populista di Trump sul suo elettorato, dall’altro è sintomo di insoddisfazione di una parte non trascurabile di cittadini americani che si sentono emarginati rispetto alla società e vedono in Trump un simbolo di riscatto rispetto alla loro situazione sociale ed economica, trovando probabilmente le risposte sbagliate a domande giuste. Lasciando da parte le tante contraddizioni sociali delle società Usa (dal razzismo al suprematismo bianco, dalla pena di morte in certi stati all’ampia circolazione e facilità di reperimento di armi da fuoco) proviamo a focalizzarci su alcuni dati economici. L’attuale tasso di disoccupazione negli USA è largamente sottostimato dalle statistiche ufficiali che ne riportano circa 6 milioni ufficialmente a fronte di circa 22 effettivi: infatti, a partire da aprile 2020, sono stati introdotti dei programmi specifici di emergenza a sostegno del reddito che fanno classificare circa 16 milioni di lavoratori come disoccupati temporanei. Qualcosa di analogo potremmo ritrovarlo in Italia dove, senza il blocco dei licenziamenti, che il governo rinnova di continuo, avremmo sicuramente dati ufficiali peggiori. Se questo può essere considerato un dato temporaneo (anche se di durata difficile da stimare visti gli sviluppi della pandemia in USA), è necessario, tuttavia, rapportarlo a modello di sviluppo americano fortemente basato sui consumi e sull’indebitamento: l’aumento del costo sulle carte di credito e le restrizioni sull’offerta del credito al consumo, associate a bassi livelli di stock e di flussi di risparmio per l’americano medio, comportano un aumento di precarietà economica e sociale per le fasce più deboli della popolazione in una società già fortemente polarizzata, dove le grandi ricchezze economiche, espresse dai record di Wall Street, sono concentrate nelle mani di pochissimi.

Durante questi mesi si è vista molta fantasia nell’immaginare la forma della ripresa dell’economia, a V (rapida caduta e rapida ripresa), a W (con una doppia ricaduta) e via dicendo, ma sempre più sembra delinearsi una ripresa a forma di K, ovvero un divario tra economia reale e finanza, una dicotomia tra tante classi di lavoratori fortemente penalizzate e pochi privilegiati che hanno aumentato le proprie ricchezze (Elon Musk di Tesla, Jeff Bezos di Amazon, Mark Zuckerberg di Facebook e via dicendo), nonché una differenziazione anche a livello geografico con paesi quali Cina, Giappone, Australia e Nuova Zelanda, in grado di contenere l’espansione della pandemia e le sue ricadute economiche, e USA ed Europa ancora in piena emergenza.

In particolare, in USA il divario tra economia reale e economia finanziaria e la sempre maggiore concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi si sono accentuati a partire dagli anni 90 grazie alla progressiva finanziarizzazione del sistema economico. Il totale della ricchezza nelle mani dell’1% più ricco è passato dal circa il 23% del 2009 a 31% di oggi, il 10% più ricco detiene il 70% della ricchezza totale, il 50% della popolazione praticamente ha una fetta irrisoria della ricchezza totale, appena il 2%.

Già nel 2019 il capo economista di Deutsche Bank ricordava come a tale concentrazione ha contribuito in maniera rilevante la crisi del 2008-09 che, spingendo al ribasso i tassi d’interesse, ha favorito la crescita degli asset finanziari detenuti in prevalenza dai più ricchi, alzando anche i prezzi delle case divenute sempre meno accessibili per i meno abbienti (nel 2019 la quota dei proprietari di casa era al 64,2% contro il 65,2% di media storica degli ultimi 60 anni).

Riguardo al livello di finanziarizzazione dell’economia negli stati uniti, nel 2019 lo stock di asset finanziari detenuti dagli investitori e circolanti nel sistema economico era di 5,6 volte il PIL americano, probabilmente adesso 6 considerando le ultime misure di politica fiscale ed economica (in Europa, ad esempio, il valore è vicino a 3), il che vuol dire, a fronte di circa 19 trilioni di PIL, circa 100 trilioni di USD rappresentati da azioni (circa il 30%), obbligazioni e titoli cartolarizzati  (70%), creando un pericoloso effetto leva sull’economia americana finanziato dai risparmi del resto del mondo.

Secondo le analisi del gestore del fondo Lemanik Global Strategy, Maurizio Novelli, il tutto si traduce in un sistema che drena risorse dal resto del mondo (riducendo la capacità di investimento in quelle aree) per sostenere un sistema finanziario che sempre più deve autoalimentarsi a discapito dell’economia reale.  Questo spiega più facilmente come, nonostante il calo del PIL mondiale ed europeo sia peggiore rispetto alla crisi del 2008-09, si continuino a vedere record su record a Wall Street, che sembra sempre più lontana da main street (economia reale). Il fenomeno è ulteriormente amplificato dalla sempre maggiore diffusione degli algoritmi di trading sul mercato che leggono i dati distorti (ad esempio quelli sulla disoccupazione di cui abbiamo parlato prima) in maniera acritica e interpretandoli come miglioramenti che in realtà non ci sono ancora. In inglese si direbbe “Garbage in, garbage out”.

Se a tutto ciò aggiungiamo come i fenomeni di globalizzazione abbiano favorito le delocalizzazioni di specifici settori e manifatture  e come la parte meno abbiente (priva anche di un sistema sanitario universale come in Italia ad esempio) della popolazione  abbia necessità di finanziarsi con il credito al consumo che la finanza eroga con tassi mediamente intorno al 17%, questo spiega come numerose fasce di ceto medio e basso  della popolazione americana si siano impoverite negli anni e come cerchino il colpevole presentatogli da Trump via via nell’immigrato (il muro con il Messico), le delocalizzazioni delle produzioni in Cina (quindi i dazi), il resto del mondo da controllare (riduzione delle truppe all’estero e maggiori richieste di spese militari per gli alleati Nato), in una parola America First.

Se quindi la risposta alla prima domanda è che esistono delle evidenti criticità di natura sociale ed economica che hanno facilitato le soluzioni populiste stile Trump, vediamo ora quali possano essere le eventuali, ma aggiungerei necessarie  (per evitare ulteriori tensioni sociali), correzioni al sistema capitalistico americano e quali effetti potenziali potrebbero avere sulle scelte di investimento.

Tornando all’analisi di Novelli sarebbe necessario un cambiamento del sistema che passi attraverso una rivalutazione dei salari reali a scapito dei profitti delle aziende (aumento del salario minimo), un limite all’utilizzo dei profitti per fare buy back delle azioni in borsa, un aumento delle imposte sulle società quotate al fine di poter ridurre la tassazione sui redditi più bassi della popolazione, una penalizzazione dei proventi derivanti da attività speculative per favorire gli investimenti in economia reale (Tobin Tax). In pratica sarebbe necessario un ridimensionamento della corporate America a favore di una redistribuzione delle risorse più equa, più incentrata sul lavoro e meno sulla speculazione finanziaria. In questo senso sarà cruciale vedere come l’amministrazione di Biden, rafforzata dalla recente maggioranza conquistata dal partito democratico al senato americano e quindi più libera da vincoli nel poter realizzare il proprio programma, sarà in grado di contrastare la forte lobby capitalistica di Wall Street e attuare un programma di sviluppo economico teso a ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche.

Guardando al programma di Biden, questo include un aumento del salario minimo federale fino a 15 dollari, un aumento della tassazione sui profitti dal 21% al 28% e un ritorno della più alta aliquota fiscale sulle persone fisiche a livelli pre Trump (circa il 40%), maggiori agevolazioni fiscali per le categorie meno abbienti, un forte investimento sulle infrastrutture e nelle energie rinnovabili, una maggiore collaborazione in politica estera.

Le premesse per un riequilibro ci sono ma solo i prossimi anni potranno dirci quanto di questi programmi verrà realizzato e con che effetti.

Da un punto di vista degli investimenti i settori delle costruzioni e delle infrastrutture in genere, quelli legati alla produzione di energie rinnovabili e alla transizione verso un’economia dei trasporti green (auto elettriche e batterie ad esempio) saranno i sicuri beneficiari.  Un allontanamento dal modello orientato alla deregolamentazione potrebbe portare un focus particolare sulle posizioni di estremo monopolio raggiunte da colossi quali Google, Facebook e Amazon e l’introduzione di una digital tax per le multinazionali dell’ e-commerce  (basti vedere la recente causa avviata dalla Federal Trade Commission e molti stati americani contro Facebook per abuso di posizione dominante). Quest’ultimo fattore, unito alla graduale uscita dall’emergenza pandemia, potrebbe far calare l’attenzione verso i titoli growth della stay-home economy, fortemente cresciuti nel 2020, e riaccenderla per i titoli value o della old economy (trasporti, leisure, ecc.) fortemente penalizzati fin qui.