COME INVESTIRE NEL 2022

Le previsioni per fine 2022 degli strategist di Wall Street relativamente al valore dell’S&P500, attualmente a circa 4600 punti, variano dai 4,400 ai 5,300, mostrando un grado di variabilità tra le varie banche di affari tra i più alti degli ultimi dieci anni. Tra i più ottimisti troviamo Credit Suisse (5200), Goldman Sachs (5100) e JP Morgan (5050); tra i più cauti Barclays (4800), Bank of America (4600) e Morgan Stanley (4400). Analizziamo più nel dettaglio alcune delle loro previsioni.

Goldman Sachs (GS) continua a puntare sull’azionario seppure specificando che i rendimenti attesi potrebbero essere più contenuti a causa di valutazioni elevate, una crescita più moderata, il rialzo dei tassi di interesse ma comunque trainati da una crescita importante degli utili societari. Storicamente, infatti, nel ciclo economico, dopo una fase che può essere chiamata di “speranza” in cui è l’espansione dei multipli a generare i rendimenti, nella fase di crescita sono gli incrementi dei profitti a trainare i rendimenti, anche se attesi come più modesti rispetto alla fase precedente. Sul tema dell’inflazione GS prevede che questa si ridurrà rispetto ai valori attuali anche se con andamenti differenti tra le varie economie, rimanendo più elevata negli Stati Uniti, con valori intorno al 3% a fine 2022 e intorno all’1% in Europa. In generale GS si aspetta una crescita del mercato azionario con Europa meglio di US, un indebolimento, seppure lieve, del dollaro e una buona tenuta delle materie prime, con oro (target a 2000 dollari all’oncia) e petrolio in rialzo fino a 85-90 dollari al barile.

Le previsioni di Bank of America (BofA) sono invece al ribasso. A loro parere, infatti, se da un lato il quadro di ottimismo sarebbe basato su una crescita ancora forte dell’economia, tassi reali e spread creditizi assai bassi dall’altro le loro previsioni sono per una riduzione della crescita, un aumento dei tassi reali e un allargamento degli spread di credito, tutti fattori negativi per il mercato azionario.

Ancora più cauta è Morgan Stanley (MS) che vede un calo delle quotazioni sul mercato US a causa di valutazioni elevate e preferisce puntare sull’azionario europeo e giapponese. Secondo MS la sovraperformance del mercato US rispetto al resto del mondo avutasi negli ultimi anni dovrebbe venire meno a causa di una crescente incertezza sull’aumento dei costi, problematiche relative alle catene di approvvigionamento nonché cambiamenti fiscali e incertezze normative. Le loro stime per il mercato europeo prevedono un apprezzamento di circa l’8% senza contare i dividendi. I settori da privilegiare sarebbero quello finanziario, dell’energia e delle auto, ovvero legati ad un aumento dei tassi reali, oltre ai settori dell’health care e della secular technology, ovvero tematiche quali il cloud, l’intelligenza artificiale, l’internet of things ecc. trainate da aspettative di crescita nel lungo periodo. Sul petrolio le previsioni di MS vedono un valore intorno ai 90 dollari al barile nel 2022 grazie a una crescente domanda e una limitata capacità di ampliare l’offerta.

Anche la casa d’investimento europea Nordea condivide che la sottoperfomance dell’azionario europeo rispetto a US che si è registrata sin dall’inizio del quantitative easing, ovvero a partire dal 2009, potrebbe rientrare venendo meno quelli che sono stati alcuni dei freni in Europa ovvero un’austerità fiscale dei bilanci nazionali e un derisking/deleveraging dei bilanci delle banche.

Passando a un’analisi  tecnica dell’indice S&P500 nelle ultime settimane si sono accumulati segnali di ribasso (vedi anche miei articoli del 26 Ottobre e 6 Dicembre). Tra i più recenti vale la pena ricordare un segnale raro quale l’Hindernburg Omen, che secondo alcuni studi presenta una probabilità del 77% di un ribasso maggiore del 5%, del 41% di un panic selling e del 24% di un crollo di mercato.

Anche guardando alla correlazione del NAAIM Exposure Index, ovvero l’esposizione media al mercato azionario americano riportata dei membri della National Association of Active Investment Managers, con l’andamento dell’S&P 500 si nota come, spesso, in corrispondenza di valori elevati dell’indice, quali quelli attuali, ci siano state successivamente delle correzioni.

Se prendiamo in considerazione il grafico mensile di uno dei più popolari ETF sull’indice S&P, si nota come la distanza dalla sua media mobile a 36 periodi sia maggiore di quanto sia accaduto nelle precedenti crisi degli ultimi 25 anni, a testimonianza del potenziale spazio di discesa in caso di una correzione importante o, da un altro punto di vista, prezzi eccessivamente elevati rispetto a questa metrica di lungo periodo.

Infine alcune considerazioni del celebre fund manager John Hussman. A suo parere, sulla base del parametro che storicamente ha dato maggiore capacità di predire i rendimenti dell’S&P 500 nei successivi 10-12 anni, ossia il rapporto tra capitalizzazione delle società non finanziarie e il valore aggiunto lordo (nel 2021 ha raggiunto il suo massimo storico a 3,5 mentre, prima della crisi del 2000 il picco era stato di 2,4), l’attuale valutazione dell’S&P 500 è assai più alta di quella che dovrebbe essere e storicamente, tutte queste situazioni sono state successivamente riassorbite.

Proviamo ora a fare una sintesi. Al di là delle differenti previsioni delle banche di affari, molti concordano sul fatto che le valutazioni siano elevate, che maggiori opportunità di performance sarebbero da cercare sui mercati azionari non US, che è preferibile puntare su temi specifici quali quelli della transizione energetica e digitale. Riguardo agli indicatori che segnalano possibili correzioni, c’è da dire che l’eccezionalità delle condizioni storiche avutesi con il quantitative easing, tassi di interesse negativi e da ultimo i forti stimoli fiscali per combattere la pandemia, hanno probabilmente contribuito a estendere sia nel tempo che nell’ampiezza questo periodo di sovraperformance dell’indice rispetto a molte metriche valutative e statistiche di lungo periodo, derivate in una situazione in cui queste circostanze di politica monetaria e in parte anche fiscale non erano presenti. Questo quindi a ricordarci come il permanere di tali “anomalie” potrebbe continuare a mantenere questo stato di overperformance per un periodo il cui termine è difficile da prevedere. Un esempio: si va verso un rialzo dei tassi nel 2022 ma chi può escludere, che in presenza di fattori nuovi, quali ad esempio un forte impatto della variante omicron (o di eventuali altre future) che portassero a nuovi lockdown o rallentamenti importanti delle attività economiche, la politica monetaria non sia costretta a rimanere accomodante oltre quelle che sono le attuali previsioni?

Quali, quindi, le indicazioni per il 2022 sul mercato azionario?

  • Approccio strategico: più Europa e meno US, meno titoli growth (con le dovute eccezioni) e più titoli value,  preferenza per società che rispettivo i criteri esg e legate alla grande tematica del cambiamento climatico e degli obiettivi di riduzione delle emissioni di C02 quindi energia pulita (solare, eolico, stoccaggio energia), efficienza delle risorse (smart city, auto elettriche), economia circolare (gestione dei rifiuti, riutilizzo), sostenibilità idrica (distribuzione dell’acqua, desalinizzazione). Tra i settori più tradizionali da privilegiare i finanziari e quelli legati all’energia con un caveat, ovvero che si proceda sulla strada del rialzo dei tassi di interesse senza intaccare eccessivamente la crescita.
  • Approccio tattico: attendere probabili correzioni, anche nell’ordine del 10% a seguito dei diversi fattori di incertezza quali inflazione che possa rimanere più alta del previsto (la stessa Fed adesso non la definisce più transitoria), varianti del virus che portino a nuovi lockdown, tensioni geopolitiche di USA con Cina e Russia, crescenti problematiche sul settore immobiliare cinese.

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